Rwanda: la vita dalle macerie del passato (appunti di viaggio)

La Svizzera d’Africa

Il servizio consolare online permette rapidamente di ottenere il visto d’entrata al piccolo Rwanda. In soli due giorni, il governo ruandese dà il benvenuto con una mail che riepiloga i dati del viaggiatore e invita a un piacevole soggiorno. Il documento è una copia scannerizzata a colori con la firma del direttore generale del servizio immigrazione ed emigrazione del paese sub-equatoriale.

Entri a Kigali, ma ti sembra di esser arrivato in Svizzera. Due o tre ore dal confine con l’Uganda, dopo la dogana di Kagitumba, per chi proviene in bus da Kampala: Kigali, la capitale, è senza dubbio fra le città africane più pulite e ordinate in assoluto. Il Paese delle Mille Colline accoglie i viaggiatori con semafori funzionanti, strisce pedonali e nemmeno un rifiuto per le strade (e chi ha viaggiato per [la maggior parte delle] grandi capitali africane può capire cosa vuol dire in questo caso: una sorta di shock culturale).

Scorcio di una strada asfaltata, in direzione Kigali, giungendo da Kagitumba

Scorcio di una strada asfaltata, in direzione Kigali, giungendo da Kagitumba

Leggermente più costosa di Kampala – capitale dell’Uganda, e riferimento geo-politico per tutta l’Africa dell’Est -, forse un po’ meno “lively”, un po’ meno movimentata insomma, ma sicuramente più sicura, Kigali vuol esprimere rinascita, dopo il passato da incubo di venti anni fa. Un paio di giorni di visita, però, e l’idea che ci si fa del Rwanda, a partire dalla sua città più importante, è che proprio di “rinascita” non si riesce esattamente a parlare. Almeno, non nel senso profondo e completo del termine: quello dell’anima, interiore.

 

Storie di (un’unica) violenza

Ognuna delle sue mille colline domina la città. Come a voler controllare che tutto vada bene, a vigilare ogni singolo movimento, diurno e notturno. Da Kimironko, zona vicina all’aeroporto, una moto-taxi porta al “Kigali Genocide Memorial Centre”, il più grande fra gli innumerevoli monumenti sorti in tutta la città, per commemorare e irrorare le memorie, per informare e mantener l’animo vigile sulla ferocia umana che fu e che è. L’entrata è gratuita, e visitatori da ogni parte del mondo possono entrare in silenzio in una sorta di mausoleo-percorso formativo: sulle tombe di 200.000 ruandesi caduti sotto i colpi di machete, l’osservatore entra in una serie di gallerie che insegnano il significato di genocidio, dagli inizi del Novecento ai giorni nostri. Il museo sembra piccolo, ma le gallerie interne tradiscono la sua profondità e completezza.

La galleria superiore è un percorso storico. Dalla strage degli Armeni durante i giorni dell’Impero Ottomano, al progetto di pulizia etnica nazista della Seconda Guerra Mondiale, passando dal massacro cambogiano degli Khmer Rouges e dalla guerra che la Serbia aveva lanciato contro i paesi vicini: nel dettaglio, pannelli fotografici e audio-visivi illustrano le motivazioni geo-storiche delle mattanze umane del recente Novecento e prepara la visita più forte, quella della camera inferiore.

 

Cento giorni in una camera

Qui si ricostruiscono minuziosamente le tappe dei 100 giorni che hanno cancellato la vita di quasi un milione di persone e marcato per sempre quella di altre, segnando i giorni a venire di uno dei paesi, oggi, fra i più ambiziosi in Africa in termini di crescita economica. Pannello dopo pannello, la storia scorre tutto d’un fiato e il fiato alla fine lo mozza di netto, con teschi in penombra e foto sbiadite a ricordare al visitatore quanto è tangibile ancora il passato.

Le radici storiche affondano nel periodo di colonizzazione belga. Il Rwanda è etnicamente meno frammentato dei paesi vicini, tuttavia la polarizzazione fra Hutu (circa 86% della popolazione) e Tutsi (circa il 13% della popolazione) è un dato di fatto. Una minuscola fetta del paese è composta dal popolo dei Twa, che rappresentano circa l’1% della popolazione locale.

La divisione fra Hutu e Tutsi non è solo di natura etnica, come è facile immaginare, ma anche sociale, dal momento che il monarca che ha governato il paese è Tutsi e Tutsi è anche l’élite amministrativa. Subito dopo l’arrivo dei belgi, le differenze etniche-culturali del paese vengono acuite, a causa di un marcato favore dei colonizzatori nei confronti dell’elitaria classe dei Tutsi, già al potere prima della colonizzazione e della introduzione di odiatissime carte d’identità etniche (dove la correttezza della informazione attinente la vera etnia di appartenenza non è sempre assicurata).

L’insofferenza Hutu, per mano della popolazione più povera del paese, cresce fino a scatenare una guerra civile che destituisce il sovrano Tutsi, causando migliaia di morti e di rifugiati nei campi profughi del vicino Zaire e portando al governo del paese il generale Juvénal Habyarimana, militare Hutu, fondatore del partito National Revolutionary Movement for Development (NRMD). Le tensioni sono fortissime e durante il mandato del generale nascono fonti di (dis)informazione, appoggiate anche da ministri stessi del governo Habyarimana, come la famigerata “Radio Odio” o anche, con il suo nome originale, “Radio Televisione delle Mille Colline”.

Negli anni immediatamente precedenti al genocidio, la stampa dell’odio invita alla “caccia allo scarafaggio” Tutsi, con musica, comunicati stampa falsi e martellanti messaggi di propaganda. I giovani militanti nel NRMD formano la milizia para-militare dell’“Interahamwe”, di “coloro che attaccano assieme” e quella degli “Impuzamagumbi”, di “coloro che hanno lo stesso obiettivo”. Appoggiati dai militari delle forze armate ruandesi, scatenano l’inferno qualche ora dopo il tragico e misterioso incidente aereo che uccide il presidente Habyarimana e l’omologo del Burundi, Cyprien Ntaryamira, anch’egli di etnia Hutu, in viaggio sullo stesso velivolo.

Le frange estremiste del movimento politico del presidente prendono il sopravvento e nemmeno un paio di ore dopo l’incidente, il paese è inghiottito dall’incubo. La violenza è fratricida: amici di famiglia, persino parenti stretti, mogli, mariti, genitori, figli denunciano e uccidono tutti i Tutsi che conoscono. I clubs (pesanti bastoni di legno) e i machete affondano inesorabilmente persino nelle carni innocenti dei bambini.

Didascalia alla mostra sulle vittime bambine al Memorial

Didascalia alla mostra sulle vittime bambine al Memorial

Clubs e machete che hanno massacrato cittadini ruandesi, esposti al Memorial

Clubs e machete che hanno massacrato cittadini ruandesi, esposti al Memorial

Bambino colpito dalla violenza di un machete: cura delle ferite alla testa (video mostrato al Memorial)

Bambino colpito dalla violenza di un machete: cura delle ferite alla testa (video mostrato al Memorial)

Fosse giunta immediatamente la morte per le vittime Tutsi! E invece la violenza ha il gusto della tortura e del dolore, un orrore che va al di là di ogni immaginazione. Il Rwanda muore in 100 giorni, fino alla conquista della città da parte del Rwanda Popular Front (RPF) guidato dall’attuale presidente del paese, Paul Kagame, e appoggiato dal vicino Uganda.

Teschi delle vittime, esposte al Memorial

Teschi di alcune delle migliaia vittime di Kigali, esposte al Memorial

Parlare ora di Rwanda non serve solo a ricostruire la sua storia, quella dei suoi figli presenti e di quelli futuri (se ad esser stati ammazzati sono stati quasi 1 milione di civili in un paese di 11 milioni, è facile immaginare che a lungo vivranno coloro che sono scappati al genocidio, coloro che hanno avuto un ruolo attivo nello stesso o semplicemente coloro che conoscono qualcuno che è stato massacrato o almeno ferito durante il macello di venti anni fa).

Tra l’altro è stato scritto e analizzato tantissimo, ma un paio di articoli veloci e facili da scorrere per rivivere quelle giornate sono qui:

http://www.bbc.com/news/world-africa-26875506 (inglese)

http://www.history.com/topics/rwandan-genocide (inglese)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/07/ruanda-a-ventanni-dal-genocidio-dei-tutsi-di-chi-sono-le-colpe/941799/ (italiano), ma soprattutto qui:

http://temi.repubblica.it/limes/le-colpe-dellonu-nel-genocidio-del-ruanda/61226 (ancora in italiano).

Parlare di Rwanda serve a capire come un popolo sta affrontando le sue ferite più profonde. La Costituzione del 2003 è quella valida anche oggi per il paese: l’articolo 9 vieta espressamente di parlare di etnie, ma soltanto di un unito popolo ruandese. Si parla di equità e uguaglianza, ma il rischio di soffocare il passato invece di alimentare un processo di riavvicinamento tra quelle che comunque sono due etnie diverse è alto. Seppur categorie del passato, Hutu e Tutsi vivono come due popoli separati all’interno dello stesso paese. La comunicazione, intesa come processo di creazione di un unico popolo, davvero esiste, ma la percezione che si ha per le strade ordinatissime di Kigali è quella di un dolore sopito, di una malcelata insofferenza nei confronti del passato.

Chiedo un po’ in giro un parere sul futuro del Rwanda e per i miei due interlocutori (entrambi scampati al genocidio dopo una fuga in Uganda e Congo, rispettivamente) è fondamentale la figura rassicurante di Kagame quale collante di due mondi diversi.

Cosa potrebbe accadere qualora Kagame cadesse o venisse al potere una figura meno rassicurante? Va ricordato infatti che Kagame rappresenta anche il liberatore dall’incubo, alla guida del fronte che ha portato la pace. Il Rwanda è morto 20 anni fa. Forse non è mai esistito, forse invece oggi è un Paese grazie alla sua dinamica economia, al profondo rispetto delle leggi che la gente ha e alla corruzione quasi ovunque inesistente – decisamente una novità assoluta in Africa. Ma fino a quando potrà trattenere il respiro, senza svenire e morire di nuovo?

Francesco Loiacono

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