I due Vladimir

art_russiaSi dice che le persone che portano lo stesso nome abbiano caratteristiche simili, legate alla sua etimogia. Un po’ come le cazzate sull’oroscopo (anche se io ci credo fermamente).

Roberto, giusto per fare un esempio, deriva dal tedesco e vuol dire ‘pieno di gloria’. I Robert-i (anche se grammaticalmente non si potrebbe scrivere) tendono ad essere persone gloriose, fiere ed anche un po’ orgogliose, ma destinate ad un indubbio successo. E fin qui nulla da eccepire, sembra l’intro dell’almanacco di Paolo Fox.

Pensiamo ad un altro nome… Vediamo….. Vladimir… Vladimir e’ un nome slavo e significa ‘pace che governa’… Ecco, vi racconto la storia di due ragazzi di nome Vladimir. Vediamo se la diceria ha un fondo di verita’.

Il primo Vladimir nasce in una fredda giornata di inizio ottobre, nel 1952, a San Pietroburgo. La citta’ fondata dallo zar Pietro il grande, dove oggi si trova l’Ermitage…. Nel 52, San Pietroburgo e’ una fiorente citta’, culturalmente ‘libera’, nonostante si trovi in una nazione in cui la liberta’ e’ stata messa in soffitta da 40 anni (o forse anche di piu’). San Pietroburgo e’ un piccolo angolo di Russia, fatto di cultura, di arte, di vivacita’. Non si chiama San Pietroburgo in quell’anno, ma Leningrado, in onore di un uomo rivoluzionario, che di rivoluzione costruttiva ha fatto ben poco. E’ qui che il nostro Vladimir cresce e si fa strada nei meandri della vita. Negli anni, nonostante Leningrado offra molto in termini di cultura, decidera’ di prendere una strada diversa, lontana dalla cultura, dall’arte, dalla vivacita’ di cui sopra. Vladimir si dara’ alla vita militare (niente di male, intendiamoci, ma una decisione diversa avrebbe evitato forse in futuro molti problemi). Il giovane Vladimir, aitante e forte, diventera’ in pochi anni un agente del KGB, i temibili servizi segreti russi, e li’ imparera l’arte del potere, la sublime arte dell’avere in mano la vita di una persona. Chi non sognerebbe avere questo potere… Specie dinanzi a qualche stronzo.

Il secondo Vladimir, nasce qualche decennio dopo, nel 1980, a Mosca. Mosca in quell’anno e’ una citta’ tirata a lucido per le Olimpiadi, palcoscenico mondiale per dimostrare a tutti coloro che stanno al di la’ di Berlino, che la Russia e’ un paese fico, dove la gente sta bene nel suo complesso, alla faccia di quei cattivoni individualisti degli americani.

Mosca brulica di vita, una vita fatta di ragazzi che, sognando l’occidente, finiscono per comprare di contrabbando dagli atleti occidentali jeans e t-shirt, abbigliamento altrimenti bandito in tutta la nazione. Vladimir e’ un bel bambino, cresce in una famiglia che gli da tante cure. E’ amato.

Ma con gli anni, in sua madre, l’amore e le coccole iniziano a lasciar spazio alla preoccupazione.

Molti scambiano Vladimir per una bambina, a scuola, per strada.. E per quanto il bambino non capisca molto, la madre soffre di questo. La donna vorrebbe un bambino normale, senza capire che questo bambino e’ normale, semplicemente perche’ e’ suo figlio. Il bambino cresce e con gli anni inizia ad essere sempre piu’ efebico e delicato. E’ attirato da giochi che non si addicono ad un maschietto, ma e’ felice. Ride di gusto quando gioca con i trucchi della nonna. Ama vedere la zia cucinare. Ama le gonne e i tacchi che portano le zie, e’ vanitoso. La madre lo vede felice e va avanti cosi’.

Ma una sera di primavera il piccolo Vladimir (allora aveva 13 anni) decide di provare quello stupendo abito da sposa che mamma aveva conservato per tanti anni nell’armadio, la’ nell’anta piu’ in alto, quella dove tutti teniamo i ricordi, dove solo ora che e’ cresciuto riesce con una seggiola ad arrivare. Lo indossa e sogna di essere sposa. Sogna ad occhi chiusi di essere portato sull’altare e di baciare uno stupendo ragazzo biondo. Ma in quell’istante si apre la porta ed entra la madre. Scatta l’esasperazione. L’inizio dell’incubo.

La madre e’ turbata e decide, nel giro di due giorni, di comune accordo col marito, di iscrivere il bambino ad una scuola militare. Quella dove si formano i veri uomini, la stessa che ha frequentato quel Vladimir li’, il giovane ufficiale del Kgb, che riesce a spiare quegli sporchi americani, anche quando stanno seduti sul cesso.

Ma Vladimir non e’ adatto a quella scuola. Appena ne varca la soglia, si capisce che non e’ fatto per quel luogo. In pochi mesi la sua pelle si riempie di lividi e tutto cio’ che la madre sa dire e’ che quella scuola… Beh, nonostante le botte che prende dagli altri ragazzi, e’ per il suo bene. Che bene ci puo’ essere nelle violenze, nel dolore, Vladimir non riesce proprio a capirlo. Ma si convince che e’ per il suo bene, in fondo lo dice sua mamma.

Passano i mesi… Lenti come i granelli della clessidra quando li si osserva. Medita la fuga. Arriva la primavera, e fuga e’… Ha 16 anni.

Vladimir capisce di essere scambiato molto spesso per strada per una ragazza, e non gli dispiace giocare ad esserlo. Decide di andare in quel mercato dove la nonna comprava i trucchi. Compra qualche vestito da donna e prova da quel giorno, ad esserlo davvero. Compra una stupenda gonna di rosso vermiglio, politically incorrect a quei tempi (il comunismo e’ finito), dei tacchi che lo slanciano ed una maglietta nera, un po’ piu’ larga del normale cosi’ da non far notare alle altre persone che in realta’ seno non ne ha. Inizia a farsi a chiamare Anastasiya, proprio come la principessa, quella dei libri di storia di quando era bambino, quella che perse la memoria. La barba e’ un dramma e per quanto lui ne abbia poca, cerca di nasconderla con creme e ciprie di dubbia provenienza. Si sente per la prima volta se stesso.

Ma come guadagnare soldi? Decide di farsi un giro a Solntsevo, il quartiere dove suo zio sosteneva di andare quando doveva rivendere qualche gioiello ereditato da sua nonna, per sbarcare il lunario. Suo zio aveva sempre qualche rublo in tasca quando tornava da li’. Perche’ non provare a farsi un giro? Appena giunge a Solntsevo si rende conto che lo zio non solo vendeva qualche gioiello, ma forse andava anche a puttane. Anastasiya scopre che se il mondo che i giusti considerano giusto non ti offre le cose giuste da fare per vivere, bisogna andare avanti, e fare cose sbagliate fa parte del concetto di sopravvivenza insito in tutti noi. In fondo siamo animali, dotati di capacita’ di scelta. Ma se le opzioni non ci vengono date, cosa ci resta da scegliere? Solo come vestirsi la mattina. Allora tanto vale andare a Solntsevo, dopo essersi comprata qualche vestito, e diventare una puttana.

E’ cosi’ che Vladimir, in una notte di novembre, perde la sua verginita’ con un uomo di mezza eta’. Professione? Agente di un qualcosa che Anastasiya non ha ben capito. Ma che gli importa, ha 10 rubli in tasca per comprare qualcosa, per sentirsi piu’ appagata. Piu’ se stessa.

E gli anni vanno avanti. La sua vita in fondo non e’ poi cosi’ male. Si innamora di persone che non la amano, ma alla fine vede che Mosca sta cambiando. I costumi si stanno evolvendo. Essere anticonformisti va di moda. Ci sono anche due cantanti lesbiche russe che ormai sono famose in tutto il mondo. Alla fine i suoi genitori, conformisti per antonomasia, hanno abbandonato un figlio, non l’hanno piu’ cercato. Cosa c’e’ di amorevole e umano nel seguire le regole e poi non accettarle se cambiano?

Ma torniamo al primo Vladimir, l’agente del KGB, che a differenza della nostra Anastasiya/ex Vladimir ha percorso una strada diversa. E’ diventato addirittura presidente della Russia intera, facendo il bello e il cattivo tempo. Ma dopo 10 anni di governo, la nuova costituzione russa nata dopo la disgregazione dell’Urss, non gli permette piu’ di candidarsi e, preoccupato dalla sua fine politica (e dalla fine di potere) decide di cambiarle queste regole. Lascia spazio ad un suo pupillo, un certo Dmitrij, e nel frattempo gli fa cambiare la legge presidenziale e fa si’ che si possa ricandidare 5 anni dopo senza limiti di mandato. Ed ecco che dal 2012 torna ad essere presidente, l’uomo piu’ potente di Russia, questa volta senza limiti di mandato, insapore quasi come il latte a lunga conservazione.

Il suo primo obiettivo e’ mettere ordine morale, in una Russia senza piu’ valori. Pedofili, omosessuali, transessuali, sono tutti sullo stesso livello. In fondo cosi’ gli hanno insegnato in accademia.

Decide di fare una legge, al fine di vietare la ‘propaganda gay’. In sintesi puoi essere gay, ma non mostrarlo. Facilissimo per un transessuale… Altrettanto facile per il nostro Anastasiya/ex Vladimir che ormai non si sente chiamare Vladimir da oltre 10 anni, e che dei lustrini ne ha fatto una vita.

Ed e’ qui che si avvicinano le storie dei nostri due Vladimir senza mai di fatto incrociarsi.

Per Anastasiya non e’ piu’ possibile amare in liberta’, conoscere qualcuno in un bar al bancone davanti ad una vodka ghiacciata. Tutti i locali vengono rastrellati, chiusi. Anastasiya, che prima accoglieva i clienti in un colorato monolocale di Solntsevo, ora e’ sulla strada, con il rischio che possa essere accusata di propaganda gay e messa in carcere, semplicemente per come e’ vestita. Potrebbe allora usare internet ma ha visto in tv che la Russia e’ tappezzata di gruppi chiamati Occupy-Pedofilyay (i cui membri vengono anche ospitati e idolatrati nei talk show della tv di stato) e che, con la scusa di massacrare i pedofili, ormai avallati dalla legge approvata, massacrano anche gay e trans. Li adescano su internet, in chat gay con la scusa di appuntamenti e poi si presentano dei ragazzotti a far loro cose bruttissime. Ad un suo amico gay hanno buttato addirittura del piscio addosso.

Vale veramente la pena? E l’alternativa qualche sarebbe? Trovare un lavoro normale, tornando a vestirsi da uomo? Non sarebbe credibile. Lei e’ donna, intrappolata nel corpo sbagliato.

Anastasiya entra nel mondo freddo e inanimato delle chat.

Una mattina di luglio, un ragazzino di 20 anni che l’ha contattata in chat da appuntamento ad Anastasiya nel parco Berezovaya Roshcha, a pochi passi dal centro. Di solito Anastasiya preferisce dare appuntamento in zona sua, dove si sente piu’ sicura. Ma alla fine si sente tranquilla poiche’ sa che quel parco e’ a due passi dal centro e a quell’ora e’ pieno di gente. Si sistema, prende la metro e raggiunge il parco. L’appuntamento e’ alle 11. Aspetta. Passa un quarto d’ora e si avvicina un ragazzino carino, pulito, con una tuta da ginnastica e uno zainetto . Occhi azzurri come il ghiaccio. Iniziano a chiacchierare seduti su una panchina. Signori anziani coi cani al guinzaglio passano accanto a loro e guardano incuriositi, ma senza giudizio. Dopo soli due minuti, il ragazzo tira fuori dallo zaino una bottiglia di vodka vuota e gliela spacca in faccia. Anastasiya inizia a gridare aiuto, ma senza che ne abbia il tempo viene attorniata da almeno 5 coetanei del ragazzo che la trascinano con violenza dietro una siepe, spogliandola e riempendola di calci fino a farle vomitare sangue. Anastasiya continua a chiedere aiuto con quel fil di voce che le e’ rimasto. Le persone passano accanto a lei, buttano un occhio e vanno via. Alcuni ragazzi tirano fuori il telefonino e riprendono.

Il video fara’ il giro del mondo.

Anastasiya si risveglia quando il sole e’ gia’ tramontato. Ha freddo. L’unica cosa che ricorda e’: ‘te la sei cercata!’. Gliela deve aver detta nella foga, uno di quei ragazzi. Il sangue ormai si e’ seccato sulle sue guance, ha due denti spezzati, non trova piu’ i vestiti. Si incammina verso casa seminuda. E non le passa nemmeno per l’anticamera del cervello di recarsi ad un posto di polizia poiche’ potrebbe prenderne il resto. Di fatto lei era un uomo, vestito da donna, in un luogo pubblico e come tale stava facendo ‘propaganda gay’. Per giunta adescando in chat dei ragazzi sani, non malati come lei.

Mentre in quel giorno caldo di luglio Anastasiya /ex Vladimir, scopriva il massacro della dignita’, l’altro Vladimir quello potente, inaugurava, a due passi da quel parco, una statua in suo onore nella Duma, il parlamento russo.

Pensiamo ancora allo stesso nome… Vediamo….. Vladimir… Vladimir e’ un nome slavo e significa ‘pace che governa’… Ecco, vi ho raccontato la storia di due ragazzi di nome Vladimir. La diceria e’ un’emerita cazzata.

Roberto Riga

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