Roberto, prigioniero del silenzio in Guinea Equatoriale

Fiaccolata a Latina per la liberazione di Roberto

Verità, al di là di ogni fantasia

Immaginate di esser rinchiusi in una camera senza finestre, in cui la temperatura è in media 40 gradi, dove il cancello si apre solo una volta al giorno per un cambio di secchio d’acqua. Immaginate che questa camera sia 2 metri per 3; vi entrano senza difficoltà alcuna topi e zanzare che difficilmente vi lasceranno dormire. Immaginate ancora che da quel cancello ogni tanto facciano ingresso soldati sadici, armati di bastone e fruste, voi soli contro molti. Immaginate che questa camera sia una cella carceraria africana. Immaginate di non capire il motivo per cui siate stati rinchiusi e di non aver voce, nonostante proviate a urlare. Ecco. Ora vi chiamate Roberto Berardi e la sua storia è anche la vostra.

Il caso dei Marò italiani detenuti in India dal Febbraio 2012 ha scosso l’opinione pubblica italiana, quella indiana e, complici le beghe del diritto internazionale e le lungaggini del diritto indiano, anche quella internazionale, dal momento che, nel frattempo, la vicenda ha raggiunto un’eco mondiale.

Prigionieri o meno che si possano definire i militari italiani, la loro condizione, politica e carceraria non può nemmeno esser paragonata a ciò che i cosiddetti “Prigionieri del Silenzio” stanno attraversando in diverse carceri in tutto il mondo. Un prigioniero del silenzio è un cittadino italiano incarcerato e/o in attesa di giudizio in un paese straniero, reo, per così dire, di aver violato la legge locale e non adeguatamente servito o supportato dall’intervento della Farnesina. L’associazione che si occupa di questi casi ne conta in tutto il mondo, addirittura, 3103[1].

L’imprenditore Roberto Berardi è uno di questi prigionieri del silenzio e la sua storia, come ben riassume l’inviato di Africa Express Massimo Alberizzi, supera di gran lunga la più sfrenata delle fantasie[2], ma il velo di silenzio, o meglio, l’incomprensibile leggerezza con cui l’opinione pubblica viene informata su questa storia è motivo di rabbia, o quantomeno, di indignazione.

Nel regno di Teodoro

Teodorin Obiang, figlio del dittatore guineano

Guinea Equatoriale, Africa centro-occidentale, tra Camerun e Gabon, uno dei paesi più ricchi del continente grazie alle ingenti entrate dovute alle royalties sul petrolio. Ora, segnatevi questa data: 19 gennaio 2013. Fino a quel giorno Roberto Berardi conduce una vita da imprenditore espatriato, attivo nel campo della costruzione e della lavorazione delle strade. Gli anni di esperienza in Africa (Costa d’Avorio e Camerun), l’hanno rafforzato e convinto delle opportunità che il Continente Nero è pronto a prodigare a coloro che vogliono investire nei suoi paesi. Roberto si sposta in Guinea Equatoriale, spinto dai buoni affari che il paese permette di concludere. Gli anni di esperienza insegnano a Roberto l’importanza di rispettare le leggi e le culture locali e non fa strano sapere che per far affari in territorio equato-guineano occorre esser socio di un imprenditore locale. Alla notizia che Roberto sarebbe stato affiancato nientedimeno che dal vice-presidente del paese, figlio del presidente e Ministro delle Foreste, Teodorìn Obiang, lusingato e sentendosi in una botte di ferro, l’imprenditore di Latina inizia subito la nuova avventura africana con la speranza di far crescere la sua impresa edile, la Eloba Construccion. Teodorìn è socio al 60% di Eloba, il restante 40% fa capo a Roberto.

Errori

L’errore più grande di Roberto, difficile ai più da comprendere, è stato quello di fidarsi e far affari con il figlio di uno dei politici più feroci e sanguinari esistenti sul pianeta. Teodoro Obiang è uno dei dittatori più longevi del mondo: dal 1979 il presidente ha condotto il potere in un modo così sanguinoso e repressivo che la Guinea Equatoriale è stata definita “l’Auschwitz d’Africa”[3]. Il figlio è un playboy che ama spendere il proprio denaro nella maniera più folle e bizzarra, difficile da eguagliare, anche da parte delle più fantasiose delle star di Hollywood. Teodorìn ama così tanto l’Italia da esser in possesso di un numero sproposito di belle auto sportive (Maserati, Ferrari, Bugatti). E non si contano i weekend a base di champagne e caviale, ville e yacht acquistati in giro per il mondo[4]. Roberto non sapeva o ha sottovalutato il rischio, per amore del suo mestiere. E già i rischi, quelli di impresa, erano alti: la Guinea Equatoriale occupa la posizione 166 su 189 paesi listati dalla World Bank nella classifica “Doing Business” che ogni anno analizza i profili di quasi tutti i paesi del mondo e assegna un punteggio a seconda della facilità di investimento nel paese stesso.

Colpevole?

E’ il 19 gennaio 2013, dunque, e Roberto ha appena concluso una discussione con  Teodorìn: si accorge di un ammanco di milioni di euro dalle casse della Eloba e non fa fatica a risalire all’autore del prelievo, visto l’esiguo numero dei soci dell’impresa. Roberto dunque chiede chiarimenti a Teodorìn, il quale preferisce non rispondere. Di rimando, la notte del 19, la casa equato-guineana dell’imprenditore italiano è circondata da militari che prelevano l’incredulo Roberto e lo conducono nel carcere della città costiera di Bata. Svariati giorni d’isolamento, poi il carcere comune e, ad oggi, di nuovo in isolamento. L’imprenditore di Latina ha inizialmente richiesto le motivazioni del suo arresto, ma nessuna risposta gli è stata data. Roberto è accusato dalle autorità locali di frode fiscale ed è stato condannato a 2 anni e 4 mesi o al pagamento di 1,2 milioni di euro[5]. Mentre, nel corso di un’indagine sulle società petrolifere americane attive in Guinea Equatoriale, le autorità statunitensi sono riuscite a dimostrare[6]come questo denaro sia stato speso da parte del socio equato-guineano (Teodorìn ha infatti acquistato un cimelio in passato appartenente a Michael Jackson, nella fattispecie un guanto tempestato di diamanti utilizzato in alcuni suoi concerti),  Roberto muore letteralmente di giorno in giorno in una cella di 2 metri per 3, quella dove avete immaginato di trovarvi anche voi non appena siete entrati in questa storia, in preda ad attacchi di dissenteria e malaria (contratta 5 volte dall’inizio della sua carcerazione), infestata da topi, e bastonato dalle guardie carcerarie (come testimoniano le immagini che Roberto stesso è riuscito ad inviare in Italia, grazie ad un cellulare detenuto abusivamente, tramite un amico e collega[7]). Già, perché Roberto Berardi è ancora imprigionato, in attesa di un processo e massacrato nelle carceri di Bata, in isolamento, in un paese che non concede visti a giornalisti (che non siano stranamente esclusivamente cinesi), e dove è stato possibile concedere un incontro con un diplomatico italiano (di stanza nel vicino Camerun, dal momento che l’Italia non ha nessuna rappresentanza ufficiale in Guinea Equatoriale) il 14 dicembre 2013 – per la prima volta, dopo 12 mesi – in presenza di militari equato-guineani, dunque non in condizioni di riservatezza[8].

Silenzi e domande

Basterebbero questi elementi per far scattare la rabbia e l’indignazione. Eppure, perché non leggiamo aggiornamenti sui giornali, che non siano sporadici, come il servizio al TG1 del 5 febbraio 2013 o quello su Repubblica datato febbraio 2014? Al netto delle difficoltà e dei cambiamenti che sta vivendo questo paese, il silenzio che vela la situazione di Roberto Berardi non può esser giustificato. L’uscente ministro degli Esteri, Emma Bonino, il 12 dicembre 2013, aveva garantito che la Farnesina stesse seguendo il caso. E ora, come si comporterà il nuovo ministro Federica Mogherini: siamo tutti presi dal caso Marò-India o qualche speranza di tirar fuori dai guai l’imprenditore di Latina esiste ancora?

Silviana Malafronte, madre di Roberto Berardi

Silenzi incomprensibili anche dal Vaticano: il 25 ottobre 2013[9] il Santo Padre Francesco incontra il presidente Obiang per la ratifica degli accordi tra lo stato africano e la Chiesa Cattolica. Non una parola sulle condizioni carcerarie del connazionale Berardi è stata pronunciata durante l’incontro che ha sancito così che la Chiesa dunque “potrà prodigarsi con sempre maggiore decisione e generosità per il bene comune” in Guinea Equatoriale. Anzi, vi è di più: il Nunzio Apostolico di Yaoundé (Camerun) ha riferito alla signora Silviana Malafronte, madre dello sfortunato imprenditore, di non poter interferire con il presidente Obiang, dal momento che la Chiesa camerunense perderebbe le ingenti elargizioni dell’ex colonia spagnola. Ma ripetendo le parole della madre di Berardi, disperata e in lacrime, durante l’intervista a “Chi l’ha visto?” del novembre 2013: “che razza di cristiani siamo se non siamo in grado di impegnarci per salvare un innocente?”[10].  E soprattutto, che paese può farsi spingere all’indignazione e muovere qualcosa dal punto di vista diplomatico-burocratico solo se scosso da un report televisivo, come quello mandato in onda proprio da “Chi l’ha visto?”?

Alla data in cui scriviamo, la pagina facebook[11]dedicata alla richiesta di liberazione di Roberto Berardi raggiunge quota 2391 sostenitori, ma può e deve aumentare per rilanciare l’opinione pubblica sulle condizioni in cui versa l’imprenditore di Latina. Massimo Alberizzi scrive su Africa Express che i veri ambasciatori in grado di muovere la situazione, nell’impossibilità di un intervento del governo, sono i dirigenti ENI che hanno investito ingenti somme di denaro nel paese. Così come accaduto in Nigeria, è difficile pensare a consoli più potenti di chi ha un pezzo di economia di un paese in mano e l’ENI ricopre un’enorme importanza in Guinea Equatoriale.

Online gira la seguente petizione, rivolta alle Nazioni Unite, ma con ancora meno sostenitori della pagina facebook: http://www.change.org/it/petizioni/nazioni-unite-richiesta-di-liberazione-immediata, mentre altre due, rivolte all’ex Ministro Bonino, sono povere di sostenitori e ormai dal titolo vecchio in un’Italia che cambia suo malgrado.

La speranza è l’ultima a morire, come suole dire il detto popolare, ma di sicuro, se non si abbatte il silenzio che copra la vicenda di Roberto, sarà il nostro connazionale il primo a perire in questa guerra senza campo e senza motivo.

Riportiamo infine la lettera di aiuto scritta di suo pugno da Roberto Berardi stesso, nel maggio 2013, con la speranza di farvi vivere le sue stesse sensazioni.

<<Temendo per la mia vita, scrivo nella speranza che qualcuno possa e voglia aiutarmi ad uscire da una situazione che mi vede protagonista e che mi ha portato, da incolpevole, ad essere detenuto nelle carceri della Repubblica di Guinea Equatoriale ormai da 4 mesi senza nessun capo d’accusa e senza prove a mio carico.
Mi chiamo Roberto Berardi, ho 48 anni e ho passato metà della mia vita in Africa come imprenditore edile e costruttore strade. Ho vissuto in vari stati africani, e negli ultimi 2 anni in Guinea Equatoriale, dove ho fondato un’impresa, la Eloba Costruction. Conoscendo le leggi Africane e avendo sempre fatto del mio meglio per rispettarle, anche qui mi sono adeguato alla consuetudine che vuole che ogni imprenditore sia associato con un partner locale, e nel mio caso è stato espresso l’interesse da parte del Sig. Teodoro Nguema Obiang Mangue, vice Presidente nonché figlio del Presidente, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Ovviamente lusingato, abbiamo iniziato la nostra collaborazione. Col tempo mi sono stati affidati diversi appalti, per avviare i quali, nella maggior parte dei casi, ho fatto affidamento sulle mie forze economiche, contando poi di rientrare dei miei esborsi a pagamenti effettuati. Sembrava procedesse tutto bene fino a quando ho riscontrato delle anomalie contabili e movimentazioni sui conti di cui non sapevo nulla. In una discussione con il Sig. Vicepresidente, mio socio al 60%, ho chiesto chiarimenti, ottenendo come unico risultato quello di essere prelevato nella notte dalla mia casa, strappato alla mia famiglia e tradotto in carcere.
Accusato di furto, privato del passaporto, e sottoposto ad ogni genere di controllo, che peraltro non ha prodotto nessun addebito a mio carico e non ha riscontrato nessun comportamento scorretto o appropriazione indebita. Nonostante tutto, anche in assenza di accuse precise, vengo ancora detenuto, mi viene negata la possibilità di rientrare in Italia, e di rivedere i mie figli, ai quali manco da oltre un anno, privato di ogni sostegno economico, isolato dal mondo e privato di ogni contatto con l’esterno, senza poter ricevere cure mediche, e alimentazione insufficiente. La mia famiglia sta tentando in ogni modo di coinvolgere gli organi preposti del Governo Italiano, fino ad ora senza risultati. Prego chiunque ne abbia la possibilità di aiutarmi a tornare nel mio paese. Sono consapevole dei numerosi problemi che attualmente gravano sul nostro paese, ma spero che qualcuno trovi un momento per prendere a cuore il mio caso, tentando un intervento diplomatico con il Presidente Obiang e consentirmi di porre fine a questa ingiusta detenzione, prima che sia troppo tardi.

Porgo i miei ossequi confidando nell’aiuto da parte della mia Nazione.

Grazie

Roberto Berardi>>.

Francesco Loiacono


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