“C’era una volta”… la verità

Se negli ultimi anni avete acceso la tv a mezzanotte decidendo di rimanere svegli un’ora in più solo per guardare C’era una volta; se il mondo non vi è parso più lo stesso dopo aver conosciuto le storie raccontate da E poi ho incontrato Madid, Caporal Highway, Ombre Africane, e poi dai più recenti Collera, La Francia in nero, Ed uccisero la Felicità
… oggi avete un motivo in più per indignarvi e provare il desiderio di fare qualcosa: la Rai ha deciso di chiudere il programma e di rescindere il contratto del suo autore, Silvestro Montanaro.
C'era una voltaVerrà quindi cancellata una trasmissione che per oltre dieci anni ha permesso al nostro sguardo di giungere fino agli angoli più remoti della Terra rendendoci più maturi e consapevoli.
Nelle discariche di Maputo, o tra le macerie e le tendopoli di Haiti, uno dei grandi meriti di Silvestro Montanaro è stato quello di dare voce agli ultimi della terra senza mai indugiare sulla povertà per suscitare sentimenti di pietà fini a sé stessi. Proprio attraverso le storie narrate con grande rispetto e le sue inchieste coraggiose abbiamo conosciuto un’umanità che non chiede carità, ma giustizia.
Molti altri i suoi meriti: primo fra tutti quello di continuare a farsi e a farci domande, rivelando verità difficili da pronunciare e da accettare, come quelle di La Francia in nero, E uccisero la felicità, e di tanti altri reportages. Indagini che avrebbero dovuto costituire l’orgoglio della Rai, e che invece l’azienda televisiva di stato ha scelto di relegare in una fascia oraria estremamente svantaggiata.
Una condanna all’invisibilità che però, fino ad ora, non era riuscita nel suo intento: C’era una volta ha un pubblico di tutto rispetto, i reportages di Montanaro nel corso degli anni hanno meritato numerosi riconoscimenti, vengono diffusi nelle scuole e financo nei Paesi africani.
La Rai, ora, intende privarci di questo patrimonio e di un grande giornalista; ma davvero possiamo accettarlo dal momento che, eliminato C’era una volta, avremo in prima serata Mission?
Il nuovo reality vedrà vip del calibro di Albano impegnati nei campi profughi sudanesi. Quella di Mission è apparsa a molti come un’operazione di dubbia utilità ed eticità, portata a compimento grazie alla complicità di Unhcr e dell’ONG Intersos, e meriterebbe un approfondimento a sé; a tal proposito, ricordiamo solo che la Rai ha ignorato una petizione firmata da oltre 98.000 persone volta a richiedere lo stop del programma, e le rimostranze giunte da varie parti politiche, dal M5S fino al PDL.
Oggi siamo tra coloro che ritengono necessario fare qualcosa di pratico per indurre la Rai a tornare sui suoi passi. Come telespettatori abbiamo il dovere di pretendere una tv che sia davvero di pubblica utilità: non possiamo accettare il continuo gioco al ribasso portato avanti col pretesto degli scarsi ascolti registrati da trasmissioni di qualità, mandate in onda in fasce orarie riservate agli insonni. Siamo sicuri che il pubblico non desideri di meglio rispetto ai programmi trash complici del disastro culturale degli ultimi venti anni?
Silvestro Montanaro

Silvestro Montanaro

Leggendo la lettera aperta di Silvestro Montanaro, che pubblichiamo qui di seguito, concorderete sicuramente con l’esigenza di andare oltre l’indignazione: tutti possiamo compiere qualche piccolo passo concreto, che la Rai non possa ignorare.
Proponiamo innanzitutto di aderire ad una petizione contro la chiusura di C’era una volta, lanciata da una rete spontanea di sostenitori del programma e che ha tra i primi firmatari Stefano Rodotà, Gino Strada, Cecilia Strada, Fiorella Mannoia, Luigi Ciotti, Maurizio Landini.
Inoltre, leggere attentamente la lettera aperta di Silvestro Montanaro e darne la più ampia diffusione contribuirà a far conoscere la storia di un giornalista coerente e coraggioso e l’indegno trattamento ricevuto dalla Rai. Sarà allo stesso tempo molto utile diffondere il link all’archivio on-line dei grandi documentari di Silvestro Montanaro.

Un proverbio senegalese afferma: “il lavoro di gruppo aumenta la forza”. Facciamo dunque qualcosa insieme, perché la televisione pubblica italiana (ri)diventi un mezzo di informazione credibile, dove ci sia più spazio per i bravi giornalisti e meno per mediocri spettacolarizzazioni della sofferenza.

Lettera aperta di Silvestro Montanaro al direttore generale della Rai, resa pubblica dallo stesso giornalista.

Caro Direttore,
mi spiace importunarla, ma non posso farne a meno.

Da qualche giorno guardo e riguardo la lettera da Lei inviatami e non riesco a capacitarmi. Due righe, solo due righe, che risolvono per sempre, annullano, il mio rapporto con la Rai.
E, per di piu’, Lei mi scrive che accetta la mia proposta di risoluzione del contratto che mi lega da piu’ di 20 anni alla nostra azienda.
La mia proposta? Mia? Devono averla tratta in inganno, signor Direttore. Io non le ho mai proposto di risolvere il mio rapporto con la Rai. Questa storia la subisco. E con infinita amarezza.
Avrei voluto spiegarle come stavano realmente le cose. Le ho inviato mesi fa una mail chiedendole un incontro. Non ho ricevuto risposta.
Non gliene faccio una colpa. Immagino che ne riceva tantissime ogni giorno.

Ci riprovo ancora e questa volta chiedero’ un incontro alla sua segreteria. Questa lettera, poi, perche’ abbia qualche chanche in piu’ di finirle tra le mani, gliela mandero’ anche per fax. Non per disturbarla o pressarla. Ma mi capisca..Non posso accettare quella sua frase. “ Accetto la sua proposta di risoluzione….”. Semplicemente perche’ non e’ vero.
Le racconto come stanno i fatti. Innanzitutto, chi e’ chi le scrive.
Sono un giornalista. Uno dei pochi che in Rai e’ entrato perche’ chiamato per le sue competenze. Lo fece Michele Santoro proponendomi di far parte della squadra che doveva editare una trasmissione dal nome fascinoso, Samarcanda. Era il 1989 credo. In precedenza avevo gia’ collaborato con la Rai. Con Enzo Biagi, tra gli altri, al quale consentii la realizzazione di alcune importanti interviste sul caso Tortora.
Ricordo che accettando l’offerta di Santoro, misi fine ad una mia piccola, ma affermata agenzia. Il compito che mi aspettava richiedeva il massimo impegno. Sa, Direttore, quando entrai la prima volta in Rai, un po’ tremavo. Era la piu’ grande industria culturale del paese. Qualcosa capace di parlare immediatamente a milioni di nostri concittadini. Insomma, una grande responsabilita’.
E mi impegnai. Con tutta la passione possibile.

Di Santoro divenni, con gli anni, coautore, firmando con lui “Il rosso e il nero” e “ Tempo reale”. Ideai Sciuscia’ e quando Santoro lascio’ la Rai alla volta di Mediaset, scelsi di rimanere. Portai a termine il progetto Sciuscia’ ed accettai la proposta di Giovanni Minoli di esser autore di “Drug Stories”, un programma inchiesta sul mondo della droga, in collaborazione con le Nazioni Unite. Fu, a detta della nostra azienda, programma dell’anno.
L’anno successivo, realizzai “Il sogno di Antonio”, la prima trasmissione in Europa sul debito estero dei paesi del sud del mondo. Il format fu utilizzato da Oxfam per le sue campagne e per chiedere ad altri servizi pubblici europei analoghe operazioni informative.

Successivamente realizzai due documentari. “Col cuore coperto di neve” e “..e poi ho incontrato Madid”. Andarono in onda in seconda serata e accadde qualcosa di straordinario. Poche settimane dopo, su richiesta dei telespettatori, vennero replicati in prima serata. Si, su richiesta del pubblico che per una settimana intera paralizzo’ i centralini della Rai da Palermo a Milano. Ad un conto corrente dei Missionari Comboniani, in coda a “..e poi incontrato Madid”, arrivarono piu’ di dieci miliardi di lire. Vennero salvate, dalla morte per fame, decine di migliaia di persone in Sud Sudan. E realizzate tante strutture di pubblica utilita’.
Mi fu chiesto di pensare ad un programma di documentari in prima serata. Nacque, in collaborazione con Nazioni Unite, Istituti Missionari e mondo del volontariato, “C’era una volta”. Un tentativo di racconto critico delle pagine piu’ oscure dei processi di globalizzazione, dello stato dei diritti umani nel mondo, uno squarcio informativo su quelle che vengono chiamate le “crisi dimenticate”.

Pensi, e questo le confermera’ la mia fama di rompiscatole….Mentre l’azienda si rivolgeva ad un’agenzia esterna per confezionare a caro prezzo un lancio, portai a casa spot per C’era una volta in cui ad invitare all’ascolto del programma erano tra gli altri Nelson Mandela e Jeorge Amado. Gratis.
Fu un’ operazione di successo. C’era una volta fu programma dell’anno. Raccolse in seguito ogni possibile premio nazionale ed internazionale. Ricordo con piacere due medaglie dalla Presidenza della Repubblica ed il riconoscimento delle Camere riunite. Fu replicata in tanti paesi del mondo. Filmati di C’era una volta rappresentarono la Rai in tre assemblee delle Nazioni Unite, vennero utilizzati per piu’ campagne internazionali sui diritti umani.

Era il 2000. L’anno successivo mi fu chiesto di pensare ad una produzione a cadenza settimanale di documentari. Un’impresa mastodontica, ma ci provai. Ottenni la collaborazione delle maggiori firme del documentario internazionale. E misi a punto due progetti. Il primo. Un tentativo di racconto a piu’ mani di temi comuni alle genti europee nell’idea che un’informazione capace di mostrare la comunanza dei problemi fosse assolutamente necessaria nella costruzione dell’unione europea. L’idea fu raccolta positivamente da piu’ televisioni europee.
Il secondo. La piu’ bella stagione del documentario italiano e’ stata quella degli anni 60. Quando le piu’ grandi firme del cinema italiano si cimentarono con il racconto documentaristico del nostro dopoguerra. Anche questo progetto raccolse l’adesione di tanta parte del cinema italiano.

Questi progetti furono stroncati sul nascere per intervenuti problemi di budget aziendale. Un’occasione persa. Tanto piu’ che i costi di produzione di C’era una volta sono sempre stati bassissimi, tra i migliori nel rapporto con gli ascolti. Le faccio un solo esempio. Con la cifra milionaria stanziata anni fa per produrre 5 documentari, mi sembra mai andati in onda, avremmo prodotto circa 100 puntate del programma. Qualche maligno insinuo’ che piu’ che problemi di budget, all’origine del ridimensionamento di C’era una volta ci fosse la mia pessima abitudine di far nomi e cognomi dei responsabili di tanti mali. Qualcuno insinuo’ addirittura che ci fossero state pressioni di importanti aziende multinazionali sulla nostra agenzia di pubblicita’ perche’ si mettesse fine a questo scandalo che era C’era una volta. La verita’ per il cui racconto siamo pagati, graffia, fa male, divide. Non costruisce grandi amicizie, anzi e’ spesso solitaria. Ma io gli “amici”, non li ho mai cercati. Non ho mai bighellonato in segreterie di partito e, con tutto il rispetto, neanche sui piani alti dell’azienda. Gli unici che mi sono stati sempre cari: telespettatori e chi mi affidava la sua storia.
Sa, direttore, ho fatto nomi eccellenti, toccato interessi grandissimi, ma non ho mai perso una causa per diffamazione. Mai. In ogni caso, non volli credere a quelle voci.

Nel 2002, in collaborazione con Lucio Caracciolo di Limes, ideai “Dagli Appennini alle Ande”, racconto popolare dei piu’ grandi temi della geopolitica.
Riuscii a portare sul nostro schermo personaggi di primo piano, protagonisti veri delle grandi vicende globali. Il numero 2 del Fondo Monetario Internazionale; Boutros Boutros Ghali, ex segretario generale dell’Onu, solo per citarle alcuni. Raccontai con anticipo di anni retroscena dell’11 settembre, del massacro di Szebreniza, degli scandali finanziari di Eltsin e dei suoi. E poi, della criticita’ e della necessita’ di riforma delle Nazioni Unite, del Tribunale Penale Internazionale, delle guerre umanitarie. Il programma, mal collocato e assolutamente non promosso, non ebbe vita facile. Ma quando le critiche a Rai International crebbero, venne li’ riproposto raccogliendo consensi in tante parti del mondo.

E’ stato un po’ il destino di C’era una volta. Un programma che e’ apparso sempre piu’ un ospite ingombrante e difficile piuttosto che un prodotto Rai.
Per anni abbiamo lavorato con due televisori (non funzionanti), due lettori beta ( non funzionanti) , due videoregistratori ( non funzionanti). Un programma di documentari internazionali, prodotto con la buona volonta’. Eppure in certe stanze dell’azienda, spesso inutilizzati, quei mezzi c’erano. Ho lavorato con giovani redattori a contratto, spesso di fame. Le ultime due hanno lavorato a poche centinaia di euro al mese. Per giunta lorde. Si faceva finta che fossero collaboratrici esterne, ma erano in redazione dalla mattina alla sera. Lo sapevano tutti.
Poi, se non bastasse, promozione zero per C’era una volta, collocazione in palinsesto impossibile. Eppure tutte le volte che per un caso e’ maturata l’evidenza di una nostra messa in onda, gli ascolti sono stati piu’ che brillanti. Alle volte da record per Rai 3.

La consapevolezza, poi, che si trattasse di un prodotto di rilievo, e’ non solo negli ascolti, quasi sempre piu’ che dignitosi, ma anche nelle critiche e nei commenti. Nelle visualizzazioni in rete dei singoli documenti. Lei sa di sicuro che l’ascolto in rete ha grande valore, perche’ e’ una scelta. Tanti dei nostri documentari hanno superato le 50.000 visualizzazioni. Qualcuno addirittura le 200.000, un record per prodotti italiani. E, se non bastasse, la maggior conferma e’ nelle dichiarazioni pubbliche dell’azienda. Piu’ volte in Commissione di Vigilanza la Rai, alle critiche sulla scarsa qualita’ dei suoi prodotti, ha risposto citando, tra gli altri, come prodotto d’eccellenza, C’era una volta.
Mi creda, sono contento di questa esperienza. Ho realizzato personalmente 50 e piu’ documentari da un’ora, di cui tanti presenti nella memoria di piu’ generazioni di italiani. Madid, Caporal Highway, La mia Famiglia, Basta viver, Bellissima, Vi ho tanto amati, La carne fresca, Ombre Africane, Dimenticateci, E quel giorno uccisero la felicita’…. Ed ancora decine di trasmissioni e servizi. Ho ricevuto premi e riconoscimenti di ogni tipo. La candidatura, in una selezione tra 1500 documentari provenienti da tutto il mondo, all’Oscar.

L’uso per tante campagne internazionali, la presenza dei nostri prodotti in tante aree disagiate del pianeta, fosse anche quella da “pirateria” sulle bancarelle di tanti paesi africani, raccontano di un’operazione informativa, che con tutti i suoi limiti, ha dato voce a chi non l’aveva e ha scavato faticosamente pezzi di verita’ . Ed ha dato dignita’ alla Rai. Mi rammarico di una sola cosa. Avrei voluto e potuto far di piu’.
Ho un mare di ferie arretrate. Sa, era difficile produrre con pochi mezzi. L’unica soluzione era “spremere” se stessi. Ho lavorato il sabato e la domenica, tanti Natali…
Ho avuto tre volte la malaria. La prima ci stavo lasciando la pelle. Ne portero’ i segni tutta la vita.

Ho fatto collezione di malattie tropicali. Ho rischiato piu’ volte la vita in quelle che si chiamano assurdamente guerre dimenticate e che invece sono semplicemente e volutamente ignorate. I lividi e le botte prese neanche le conto. Tutta roba che fa parte del mio lavoro e per la quale non ho mai chiesto all’azienda nulla in cambio. Credo sia una malattia. La voglia di raccontare, la ricerca della verita’, la fiducia dei tanti che si affidano alla tua telecamera per aver giustizia, sono la piu’ formidabile ricompensa a qualsiasi infortunio.
E vado via dalla Rai, signor Direttore, cosi’ come vi sono entrato tanti anni fa. Da redattore ordinario, come l’ultimo arrivato. Per anni si e’ discusso su questo “scandalo”, sulla “necessita’ “di una mia promozione. Niente. Altri, probabilmente, meritavano piu’ di me.

Chiedendole scusa per il tempo che le ho sottratto, vengo all’epilogo. Amaro, amarissimo.

Due anni fa mia moglie si e’ ammalata. Non la annoio, ma e’ stata e sta malissimo e con lei la nostra bambina. E’ una donna coraggiosa e sta affrontando i suoi problemi con grande tenacia. Il prosieguo della sua cura dovrebbe avvenire nel suo paese d’origine, il Brasile.
A febbraio, incontrando Vianello, il direttore che Lei ha voluto per Rai3, gli ho prospettato la situazione e gli ho chiesto di poter produrre i miei documentari facendo base in Brasile. Avrei potuto far riferimento alla sede in apertura a Rio de Janeiro ed avrei risparmiato le spese fisse redazionali. Sapendo poi che, purtroppo, la solidarieta’ umana e’ sempre piu’ rara, ho fatto presente che la mia produttivita’ era fuori discussione e che avrei anche dato una mano al lavoro della nostra rappresentanza in quel paese. Ho poi sottolineato che godo di visto permanente in Brasile, a breve di cittadinanza. Che conosco la lingua ed il paese. E mi sono detto pronto a firmare una dichiarazione in cui accettavo di lavorare li’ alle stesse competenze di cui godo in Italia. Gli ho chiesto di parlargliene. Mi sembrava una soluzione che risolveva i miei problemi, ma anche vantaggiosa per l’azienda. Cittadinanza, possesso della lingua, conoscenza del paese, professionalita’ comprovata, nessuna spesa aggiuntiva. Credo che in qualsiasi azienda la si sarebbe presa immediatamente e positivamente in considerazione. Mi si disse che in pochi giorni avrei ricevuto una risposta. E fu invece silenzio.

Mi sono rivolto allora all’ufficio personale. Mi e’ stato detto che cio’ che prospettavo era irrealizzabile. Perche’? Mi e’ stato proposto di andar via con un contratto di collaborazione per un paio d’anni. Perche’? Ho accettato mio malgrado. Cosa avrei dovuto scegliere se non la salute di mia moglie e la serenita’ della mia famiglia?
Altro lungo silenzio. Dopo mie pressioni, mi e’ stata riferita una sua contrarieta’. Se si va via, si va via, avrebbe detto lei. Mi creda, concordo con lei . Io pero’ non volevo andar via. Ero costretto ad andar via dalle circostanze e da un’azienda che sembrava incapace di cogliere un’opportunita’. Ho detto che accettavo, anche se non volevo. L’importante, pero’, che tutto si facesse in tempi rapidi, visto che a fine settembre dovevo partire per le cure di mia moglie. Altro silenzio, rotto solo dalla brutta notizia che mentre a me si rifiutava persino un contratto di collaborazione, la stessa cosa era possibile per altri. Avevano piu’ competenze di me, signor direttore? Le costavano meno di me?

Finalmente, a fine luglio mi si fa firmare un foglio, la famosa “mia proposta”. E poi ancora silenzio, telefonate senza risposta. Mail a cui si rispondeva di star tranquillo.
Le chiedo: si puo’ star tranquilli mentre si organizza un trasloco internazionale, si mette in gioco la propria vita e quella della propria famiglia? Si puo’ star tranquilli senza avere tra le mani neanche uno straccio di carta che ti dia una certezza? Si puo’ farlo mentre la persona a te piu’ cara ti guarda e chiede se finalmente e’ arrivata una risposta? Ed infatti non c’era da star tranquilli. La sua lettera e’ arrivata quando settembre finiva. Trasloco rinviato, con tutti i problemi che lei puo’ immaginare. Dolorosi, direttore, molto dolorosi.

Sono convinto che a Lei di tutto questo non sia arrivata neanche un’eco. Per questo le scrivo. Io non volevo. Io non voglio andar via. E, soprattutto, credevo e credo di meritare, in ogni caso, rispetto.
Se invece Lei riterra’ che oramai e’ fatta, Le chiedo almeno di far qualcosa per salvare C’era una volta. Credo che all’azienda, e soprattutto al pubblico, interessi avere una finestra di qualita’ aperta sui problemi del mondo e sulle sue tante crisi.
Ho prospettato al suo Vianello la possibilita’ di realizzare tre o quattro puntate l’anno dall’esterno. Mi son detto pronto a farlo alle condizioni che l’azienda riterra’ piu’ opportune. Al prezzo che voi deciderete.
Non e’ solo un problema di “tengo famiglia” e di arrivare alla pensione ancora lontana. Per me che il programma sopravviva e’ soprattutto importante per l’azienda per cui ho lavorato e per quel pubblico che ne aveva fatto un appuntamento, difficile e notturno, ma un appuntamento. E, se me lo permette, per quella mia dannata malattia, raccontare.

Da raccontare ci sarebbe tanto, tantissimo, innovando una volta per tutte la nostra proposta informativa, mettendo al centro la cultura della cittadinanza globale, fuggendo una volta per tutte la triste provincia in cui siamo rinchiusi. E, si potrebbe e dovrebbe farlo,senza scadere in formule di fatto irridenti la complessita’ e la gravita’ dei temi da affrontare.
Anche a questa mia ultima proposta, ha fatto seguito un triste silenzio.

Le chiedo, gentilmente, di farmi capire se anche lei e’ d’accordo a che tutta questa esperienza debba finire cosi’ miserevolmente.
Lo faccia, se riterra’ opportuno, con un’altra lettera e gentilmente non mi parli piu’ della mia proposta di risoluzione del rapporto con la Rai.
Io, la Rai, non l’avrei mai lasciata. E l’ho sempre onorata.

Grazie per la sua paziente attenzione

Silvestro Montanaro

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2 thoughts on ““C’era una volta”… la verità

  1. http://www.arci.it/speciale/scritti_e_articoli/cera_una_volta_non_deve_chiudere_in_migliaia_firmano_la_petizione_alla_rai/index.html
    “Tanta gente ha colto che C’era una volta era, con le sue inchieste ed i suoi documenti, un prodotto difficile, ruvido, scomodo. Non solo per i danni che apportava alla falsità di tante verità ufficiali, non solo per la rabbia che provocava in tanti potenti interessi feriti. Lo era soprattutto per il suo mostrare che certe regole, certi poteri, certi metodi di governo del mondo e delle sue genti, non erano episodi lontani e problemi altrui rispetto ai quali voltar la testa dall’altra parte o al massimo spendere qualche lacrima. C’era una volta è stato annuncio che prima o poi sarebbe toccato a noi subire le stesse cose. Un esempio? Il racconto sistematico di come l’indebitamento di interi paesi, praticato ampiamente dal sistema finanziario internazionale, creasse una nuova forma di servitù, facilitasse una forsennata azione di rapina di risorse e diritti. Non sono forse gli stessi meccanismi che stanno riducendo la Grecia all’economia di baratto, l’Europa meridionale, Italia in testa, a terre in svendita e nuovi sud in cui è difficile immaginare un futuro con un minimo di redditi e diritti ad altezza umana? (…) Ecco, provate a misurare tutto ciò con quello che è oggi la Rai, la nostra azienda di servizio pubblico. La cultura dei pacchi e delle lotterie, dei talk show urlanti sui problemi del cortile di casa, della vita e delle ‘imprese’ di vip o sedicenti tali . Dov’è la vostra vita, dove siete voi? Un dispendio di risorse, compensi milionari, per un racconto in cui voi, noi, il mondo e i suoi cambiamenti e problemi, non ci siamo, non ci sono. O infinitamente troppo poco. Una narrazione dove si giunge all’assurdo di un ‘social reality’ sulla tragedia profughi a suon di vip che per un paio di settimane si mostrano buoni. Abbiamo bisogno di questo? E, soprattutto, è di questo che hanno bisogno milioni di profughi? O non piuttosto di un racconto serio e critico che sveli le ragioni del loro e costringa a politiche che rendano loro giustizia. Con i soldi di questa strana operazione, C’era una volta avrebbe potuto realizzare almeno una ventina dei suoi documenti. E, per pudore, non dico quanti se ne sarebbero realizzati con i compensi di Fazio e Vespa o con quelli della valanga di dirigenti imprestati dalla politica che periodicamente affollano la Rai rendendola una delle aziende con un rapporto dirigenti/diretti fuori da ogni regola di buona economia aziendale.”

  2. Pingback: Il prezzo della Coppa del Mondo | Noise From Africa

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