Amara Lakhous, la libertà che nasce da un’identità plurale

Amara Lakhous, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario, Edizioni e/o. La Repubblica ha scritto: "Lakhous è nato ad Algeri, ma vive in Italia dal 1995: e direi che è proprio lo stile la sua qualità maggiore, perché l'italiano si rinfresca e si rilancia a contatto con i dialetti e con l'arabo, in un mistilinguismo scoppiettante"

Amara Lakhous, Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario, Edizioni e/o. La Repubblica ha scritto: “Lakhous è nato ad Algeri, ma vive in Italia dal 1995: e direi che è proprio lo stile la sua qualità maggiore, perché l’italiano si rinfresca e si rilancia a contatto con i dialetti e con l’arabo, in un mistilinguismo scoppiettante”

Signor direttore, lei fa troppo onore  a questi meridionali, occupandosi di loro sul suo antico e nobile giornale. Per conto mio, non c’è una ‘questione dei meridionali a Torino’, ma soltanto il problema di rimandare al loro Paese degli scansafatiche, dei buoni a nulla, che vengono al Nord non per lavorare, ma per commettere soltanto dei reati. Tornino a casa e basta” (Gazzetta del Popolo, novembre 1959)

Con questa citazione si apre Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario, ultimo romanzo di Amara Lakhous che, attraverso il ritmo spedito di un giallo e la tagliente ironia della commedia all’italiana, ci mette di fronte al nostro passato di migranti e a un futuro che ci coglie impreparati e indecisi tra le opportunità offerte da un’identità plurale e il ripiegamento su se stessi a cui spinge il timore del nuovo.

La vicenda si svolge a Torino,  più precisamente a San Salvario, quartiere multietnico della città. Il protagonista, Enzo Laganà, si autodefinisce un “terrone di seconda generazione”; trentasettenne di origine calabrese, giornalista di cronaca nera per le pagine locali di un quotidiano nazionale, si trova alle prese con un doppio mistero: il primo è una serie di omicidi di albanesi e romeni che scuote Torino proprio alla vigilia dell’entrata della Romania nell’Unione Europea. Si tratta di una faida tra immigrati delinquenti, o dietro c’è la mano della criminalità organizzata nostrana, che prima “infesta” e poi “bonifica” alcune zone della città per innalzare il valore degli immobili? Il secondo riguarda Gino, il maialino del vicino nigeriano di Enzo: qualcuno lo ha portato e filmato nella moschea di San Salvario e ora si trova al centro di una spinosa contesa: la comunità musulmana intende lavare l’affronto subito; il comitato di quartiere “Padroni a casa nostra” fa di Gino la bandiera dell’italianità minacciata dalla diversità culturale e religiosa; l’associazione animalista di Irene lo assume a simbolo delle proprie lotte. Grazie a una buona dose di creatività e alla sua innata capacità di dialogo, Enzo riuscirà a districare questi enigmi muovendosi nel cuore di San Salvario, un microcosmo multietnico che ha in sé tutti i conflitti presenti nella società italiana attuale.

Alla base di quest’opera si trova una grande capacità di osservazione dei vizi e delle virtù presenti nell’Italia di oggi, la conoscenza profonda del nostro passato e del nostro senso di disorientamento di fronte ai cambiamenti del futuro.

Amara Lakhous

Amara Lakhous

Amara Lakhaus è stato definito, non a caso,  “il più talentuoso degli scrittori della nuova letteratura italiana” (Le Monde Diplomatique); algerino di nascita e immigrato in Italia nel 1995, ha una biografia che vale la pena di scoprire http://www.amaralakhous.com/biografia/ ed è autore di Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio (edizioni e/o, 2006), vincitore del premio Flaiano per la narrativa e del premio Recalmare – Leonardo Sciascia, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Isotta Toso; Divorzio all’islamica a viale Marconi (edizioni e/o, 2010); Un pirata piccolo piccolo (edizioni e/o, 2011). Le sue opere sono attualmente tradotte in diverse lingue, anche in giapponese. Non va dimenticato il suo impegno nella campagna per lo Ius Soli.

Per me il privilegio di incontrarlo per una breve intervista in occasione della presentazione di Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario, tenutasi il 3 luglio scorso alla libreria Mangetsu di Torino.

La vicenda inizia a Marsiglia  e prosegue a San Salvario. Perché proprio questi due luoghi? Quali sono le similitudini?

Nei miei romanzi uso il metodo dello specchio, che è quello di guardare se stessi attraverso un’entità esterna, così come amo mettere lingue e culture a confronto per imparare. La storia di Marsiglia è legata a quella degli italiani che vi emigrarono a partire dall’Ottocento; furono tantissimi, soprattutto piemontesi. Così come Torino è stata meta dell’emigrazione meridionale prima e degli stranieri oggi. San Salvario è invece il simbolo dell’incapacità di gestire un territorio: le attività artigianali oggi stanno chiudendo a favore dei locali notturni, ma un quartiere non può vivere solo di notte. Sta accadendo ciò che è accaduto a piazza Vittorio a Roma qualche anno fa, che ha perso completamente la propria identità travolta dalle attività cinesi. La responsabilità è di chi ha gestito male e di chi ha speculato,  ma oggi vi sono dei conflitti tra gli abitanti e i negozianti. Questo avviene anche a San Salvario, perché stanno nascendo comitati contro gli eccessi provocati dalla presenza massiccia di locali notturni.

Il romanzo è ambientato nel 2006 e ancora il grande cambiamento del quartiere non è avvenuto: è l’anno delle Olimpiadi, se ne sente il fascino, così come si intravede la possibilità di una convivenza tra le varie parti in gioco.

Come mai hai scelto proprio un trentasettenne di origine calabrese come protagonista?

Mi piace il suo essere “né di qua né di là”, come si definisce lui stesso: “Sono nato a Torino da genitori calabresi. A Torino, quando ero piccolo, mi chiamavano il calabrese, mentre in Calabria venivo chiamato il torinese. Insomma, né di qua né di là” (p. 22). Questa condizione, in cui mi riconosco, rappresenta la libertà perché mi permette di non sentirmi ingabbiato né nell’identità italiana né in quella algerina, e scaturisce dall’essere sicuri di sé e delle proprie radici. Mi fa riflettere la ricerca della purezza identitaria, perché diventa una gabbia, nega le altre identità che sempre sono presenti. Enzo Laganà, invece, è pronto ad affrontare il fenomeno migratorio proprio per la sua origine meridionale: ha una memoria viva, ricorda i pregiudizi subiti da bambino, e ha apertura verso il futuro: l’Italia che sta cambiando lo stimola. Il fatto è che non si possono affrontare i cambiamenti di oggi senza fare i conti con la memoria; la migrazione meridionale non è stata adeguatamente affrontata e oggi è un taboo, tanto che i meridionali riproducono nei confronti degli stranieri gli stessi pregiudizi di cui sono stati vittima, ma con ancora più aggressività.

Come è avvenuto il processo che ti ha portato a prendere un possesso così sicuro della lingua italiana?

Per imparare una lingua non è necessario un passaporto, è una scelta e dipende dall’impegno. Mi sento a mio agio con l’italiano, sento una certa intimità con questa lingua. Scrivo in prima persona perché mi metto al servizio del personaggio, lascio i miei personaggi parlare e li seguo. Infatti mi sono trasferito a Torino per seguire Enzo Laganà, e questo è un elemento fondamentale perché fa parte del progetto letterario da cui nasce ogni mio romanzo.

Ti riconosci come esponente della letteratura delle migrazione o questo genere per te è una gabbia?

Come ogni classificazione serve a facilitare, e se questo serve ad avvicinare più lettori va bene. Le etichette non mi spaventano: posso essere definito arabo, africano, emigrante, italiano, berbero… sono tutte queste cose, e ho un’identità plurale che mi dà grande libertà. I miei romanzi vengono tradotti in tutto il mondo, anche in Giappone, per cui non ho ragione per sentirmi ghettizzato. I miei libri fanno parte di un progetto letterario in cui il filo conduttore è lo scontro di civiltà, che analizzo attraverso i luoghi protagonisti dei miei libri: in una società viva ci sono conflitti e confronti, e io li racconto attraverso la commedia all’italiana: sono temi forti, ma penso che la leggerezza sia una chiave per andare oltre la razionalità e comprendere il paradosso.

In questo romanzo, in particolare, si parla della migrazione interna ed esterna; si parla degli emigrati piemontesi a Marsiglia, dei meridionali emigrati a Torino, delle numerose comunità straniere che oggi la popolano, e attraverso la figura dell’ispettore Petriscu si scopre la memoria dei numerosi veneti emigrati in Romania, alla fine dell’Ottocento, per fare i muratori. Quindi si può dire che sono riuscito a trascendere il genere della letteratura della migrazione: ho allargato il quadro, non scrivo di me come migrante, ma della migrazione come processo umano trasversale alle civiltà.

Intervista di Ileana Prezioso

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