Quando l’incontro tra culture diverse genera conoscenza, scambio e solidarietà

Ablaye Magatte Dieng, La mia Africa, edizioni Buk; illustrazioni di Chiara Gobbo, traduzione in arabo di Elisabetta Libanonre

Ablaye Magatte Dieng, La mia Africa, edizioni Buk; illustrazioni di Chiara Gobbo, traduzione in arabo di Elisabetta Libanonre

C’è l’Italia che si muove nello spazio anacronistico degli insulti razzisti e l’Italia per la quale l’integrazione è realtà. E se la cronaca si sofferma sul peggio, noi cerchiamo di dar voce a quella moltitudine di persone che lavorano quotidianamente per rendere il nostro Paese un posto migliore in cui vivere. Tra di esse, Ablaye Magatte Dieng, musicista, mediatore culturale e ora anche scrittore. Proviene da Louga, Senegal, e la musica fa parte della sua famiglia da tanto tempo; suo nonno era un griot e suo padre ha suonato nei Super-Etoile, la band di Youssou N’Dour. E’ presidente dell’associazione culturale Tamra, con cui organizza, a Torino, concerti, festival e numerose iniziative (http://www.tribaltownfest.com/ oppure http://cfeinfoeventi.wordpress.com/2013/03/28/al-cecchi-point-di-torino-festa-dellindipendenza-del-senegal/)

Incuriositi dalla pubblicazione del suo libro per bambini, “La mia Africa”, edito da Buk, impreziosito dalle illustrazioni di Chiara Gobbo e dalla traduzione in arabo di Elisabetta Libanore, lo abbiamo incontrato per un’intervista http://www.ibs.it/code/9788898277001/ablaye-magatte-dieng/mia-africa.html.

Perché hai deciso di pubblicare un libro per bambini?

Io sono un griot; il griot non è solo un cantastorie, ma un interprete, un tramite tra mondi e culture diverse. Così ho deciso di scrivere questo libro come ponte tra i bambini italiani e i bambini senegalesi, per far capire ai bimbi italiani come vivono i loro coetanei senegalesi, che cosa vedono intorno a sé, come giocano e come passano le giornate.

Lavoro coi bambini qui in Italia e vedo che possiedono una gran quantità di oggetti, sono circondati da giochi di ogni tipo. Io invece in Senegal non avevo nulla. Un aneddoto. Sono cresciuto coi miei nonni, e la sera per non farci accorgere che non c’era nienta da mangiare accendevano la legna e mettevano a bollire l’acqua, e poi ci raccontavano una storia. Così noi, nell’attesa, ci addormentavano e arrivavamo alla mattina successiva senza mangiare e senza lamentarci per la fame.

Com’è nato il tuo lavoro coi bambini e come si svolge?

Sono in Italia dal 2006 e provengo da una famiglia di musicisti. Arrivato a Torino per uno scambio culturale con la città di Louga, ho trovato lavoro come insegnante di danza e poi sono entrato nell’Orchestra di Porta Palazzo. Dal 2008 lavoro con le scuole elementari e medie di Torino, ho fatto un’esperienza importante all’Istituto Comprensivo Regio Parco, dove ho lavorato in un progetto per ragazzi difficili. Ora faccio anche duecento ore all’anno in diverse scuole, asili compresi. Si tratta di progetti di integrazione che partono dalla musica per poi parlare dell’incontro e della conoscenza tra culture diverse. Porto dei video, parlo coi bambini che sono curiosi e pongono molte domande, e ora stiamo inserendo nel progetto una parte centrata sul teatro, in cui sono presenti moltissimi aspetti della cultura senegalese. Un’altra esperienza importante è stata quella all’ENGIM S. Luca, dove ho lavorato con ragazzi disabili, con cui abbiamo realizzato uno spettacolo.

I bambini hanno modo di conoscere degli “stranieri” e di conoscere una cultura diversa, e questo li arricchisce e arricchisce anche noi. Ho imparato molto dai bambini: quando ho iniziato questo lavoro parlavo poco e male l’italiano. Loro mi hanno aiutato, correggendomi quando sbagliavo. E poi mi sento stimolato dalle loro domande: mi aiutano a mettermi in discussione e a dare di più.

Sembra che sia facile e naturale. Ma quali sono le difficoltà?

Ablaye Magatte Dieng

Ablaye Magatte Dieng

Le difficoltà sono tante. A partire dalla famiglia: io sono venuto in Italia per migliorare la mia vita e quella dei miei cari rimasti in Senegal, e questo ha tante conseguenze; il mio lavoro serve ad aiutare i miei parenti in Senegal e questo non viene compreso fino in fondo dalla mia famiglia italiana. Nella vita quotidiana vedo che il razzismo è ancora diffuso; ci sono persone che mi discriminano perché sono nero. Me ne accorgo anche quando sull’autobus il posto accanto a me rimane vuoto. A volte sento commenti, brutte parole, ma io vado avanti per la mia strada e spero che i bambini di oggi creino una società più aperta. Poi c’è la paura di perdere le proprie radici, che integrarsi significhi rinunciare ad aspetti fondamentali della propria cultura.

Sei cambiato in questi anni?

Non ho rinunciato alla mia cultura, ma ho imparato a sentirmi parte dell’Italia. Ho conosciuto tante persone e ho imparato a sentirmi più libero; oggi, per esempio, posso scegliere di fare i lavori che mi piacciono e quel che mi appassiona di più è proprio ciò che faccio coi bambini.

E quando torni in Senegal che cosa succede? Come ti vedono lì?

Anche lì è difficile. Mi vedono come un europeo, come uno che è partito e ha dimenticato la sua terra, la sua cultura. In molti mi dicono: “Non sei più africano” perché mi vesto in modo diverso, ho preso altre abitudini. In parte è vero: ho cambiato il mio modo di vestire, sì, e anche alcuni aspetti del mio modo di pensare. Ma non sono un europeo e non ho dimenticato da dove vengo.

Mi chiedono: “Quando torni a casa tua?”, come se la mia unica casa fosse quella senegalese, ma non è così.

Sappiamo che stai portando avanti un progetto di solidarietà in un villaggio. Raccontaci.

Si tratta di Pakha Sow, un villaggio a 12 chilometri da Louga. Ci sono tanti immigrati in Italia che provengono da lì, ma non fanno nulla per sostenere il proprio villaggio. Mia mamma mi ha presentato l’insegnante della scuola araba di Pakha Sow, un uomo molto attivo, che ha messo in piedi tante iniziative per i bambini. Mi ha chiesto di dargli una mano, e quando il giornalista Davide Demichelis è venuto con me in Senegal nel 2010 per realizzare Radici, trasmesso da Rai Tre, ho portato grandi scatole con materiale didattico http://www.lastampa.it/2011/06/07/blogs/cose-di-tele/su-raitre-alla-ricerca-delle-radici-JZSbOxLoySg3uyiMQ0J2xJ/pagina.html (+ link trasmissione). Nel villaggio manca tutto e la scuola stessa è in costruzione. Noi diamo una mano, ma loro sviluppano attività di autofinanziamento. Ad esempio abbiamo realizzato, a Torino, un corso di wolof, e le quote di iscrizioni sono servite per aiutare la scuola. Ora stanno ultimando un’aula per i corsi di informatica e desideriamo costruire un ambulatorio; a gennaio, nel corso di uno dei nostri viaggi di turismo responsabile, abbiamo portato del materiale sanitario , e quello che è iniziato come un aiuto sporadico sta diventando un vero progetto.

E noi ci auguriamo che questo e tutti gli altri progetti di Magatte si realizzino. Concludiamo con le sue parole: “L’integrazione non è semplice, ma se si mettono le relazioni umane al centro, è possibile”.

Intervista di Ileana Prezioso

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