Si chiamava Danilo Dolci

danilo_dolci_difendiamo Qualcuno gli ha dato del comunista miscredente e del sedizioso; altri hanno paragonato la sua vita a quella dei santi capaci di salire sul rogo per coerenza. Ha subito, nel corso della sua vita, ben ventisei processi. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali ed è stato candidato al Premio Nobel per la Pace. Hanno collaborato con lui, o lo hanno sostenuto in diversi modi, intellettuali come Norberto Bobbio, Ignazio Silone, Cesare Zavattini, Alberto Moravia, Enzo Sellerio, Lucio Lombardo-Radice, Erich Fromm, Bertrand Russell, Jean Piaget, Aldous Huxley, Jean Paul Sartre, Ernst Bloch, Gianni Rodari, Elio Vittorini, Carlo Levi, senza dimenticare l’amicizia e la fitta corrispondenza con Aldo Capitini http://serenoregis.org/2013/04/22/introduzione-a-aldo-capitini-giuliano-pontara/

Era chiamato “il Gandhi italiano”; uno di quei personaggi che potrebbero costituire il vanto del nostro Paese, o a cui almeno si dovrebbero dedicare alcune pagine nei testi di storia, oppure vie e piazze per perpetuarne la memoria. E invece il velo del silenzio su questa scomoda figura del Novecento è diventato sempre più spesso. Ma quando lo si incontra è inevitabile lasciarsi catturare dalle sue parole e dalle sue azioni,  attraverso le quali il mondo, il valore delle nostre vite e delle nostre scelte, ci appaiono sotto una luce diversa.

Ma andiamo in ordine: profondo sud-Italia, 1952. A Trappeto-Balestrate e Partinico, piccoli borghi di contadini e pescatori del palermitano,  prende vita l’azione di Danilo Dolci, nato a Sesana, cittadina friulana passata poi alla Slovenia.  Ha ventotto anni. Che cosa ci fa lì questo ragazzo alto, del Nord Italia, quasi laureato in architettura e che si è già fatto conoscere negli ambienti letterari per le sue poesie?

In realtà Danilo, a un passo dalla laurea, ha lasciato tutto per andare a Nomadelfia, comunità per orfani e sfollati di guerra fondata da Don Zeno Saltini, ma ha poi deciso di trasferirsi nel palermitano. Nomadelfia è una realtà a cui deve molto, che gli sembra però troppo protetta per quel suo desiderio di azione tra gli ultimi degli ultimi. Così sceglie Trappeto, paese di 2500 anime che conosce per esservi stato, appena ragazzino, con suo padre ferroviere. Per comprendere meglio le sue motivazioni, citiamo Giuseppe Casarrubea, storico e collaboratore di Danilo Dolci: “Una prima domanda che ci si pone è, dunque, questa: ‘Per quale motivo Danilo decide di rompere con l’esperienza di don Zeno e di trasferirsi in Sicilia? Cosa rappresentava nel suo vissuto o nel suo immaginario l’isola?’ (…)  Certamente non era per una vita contemplativa, o per un modello statico slegato dall’azione, né per una comunità che presumesse di raggiungere l’autosufficienza nello stesso momento in cui il solidarismo era relegato al solo scambio interno, in una sorta di primordiale giusnaturalismo, o di nostalgica visione di un paradiso perduto. Fu pertanto la spinta dell’ ‘immediatezza’, e cioè l’urgenza di rispondere ai ‘bisogni immediati’ a determinare una scelta irreversibile. Egli contrappose così al modello implosivo di don Zeno, quello esplosivo della sua personale azione rivoluzionaria e non violenta, tutta proiettata all’esterno.” (Giuseppe Casarrubea, Danilo Dolci: Sul filo della memoria http://casarrubea.wordpress.com/2008/08/31/danilo-dolci-sul-filo-della-memoria/)

Quella di Trappeto è una realtà dura in cui, agli inizi degli anni Cinquanta, si muore di fame e di malattie quali la malaria e la tubercolosi. Terreno arido e poco fertile che non dà frutti,  mare monopolizzato dai pescatori di frodo, livelli di scolarizzazione bassissimi, larga diffusione di malattie mentali, istituzioni e forze dell’ordine che sanno essere implacabili coi poveracci e complici dei potenti. Nessuno scampo per i “banditi”, nei confronti dei quali polizia e carabinieri non lesinano torture e punizioni esemplari.

Danilo  non ha lo sguardo distante del sociologo e neppure quello del missionario che dispensa carità dall’alto. Non va a vivere in una bella casa, ma si pone nelle stesse, durissime condizioni dei contadini e dei pescatori che ora sono suoi compaesani; si immerge totalmente in quella nuova realtà. E poi, soprattutto, Danilo ama e amerà per tutta la sua vita le domande; quindi indaga, cerca di comprendere, ma non per una conoscenza fine a sé stessa. Non è un teorico: assurdo, per lui, è il rimanere a braccia conserte in una realtà simile. E da qui, da questo bisogno di un fare che abbia senso, nasce il primo digiuno sul lettino di un bimbo morto per fame, nello stesso 1952. Come afferma lui danilo_dolci_scioperostesso:  “Tutto questo non si era prodotto, come hanno pensato molti, in seguito a letture o a riflessioni mistiche. Penso, invece, che nessuno dotato di un minimo di sensibilità riuscirebbe a mangiare se vedesse dei bambini morti di fame. Non si tratta di eroismo, ma di un certo istinto” (Giacinto Spagnoletti, Conversazioni con Danilo Dolci, Milano, Mondadori 1977)

Un instancabile attivismo, il suo, che si poggerà sempre su un’attenta analisi dei mali e delle loro cause, come emerge dai testi di quegli anni: “Fare presto (e bene) perché si muore” del 1954 e “Banditi a Partinico”, edito da Laterza nel 1955, in cui la denuncia si fa viva per mezzo delle testimonianze dirette raccolte tra contadini e pescatori, nella loro lingua. Danilo fa la spola tra nord e sud, per portare la voce degli ultimi negli ambienti borghesi e intellettuali, cercare collaboratori e fondi. E ci riesce.

Mira al cambiamento e lotta contro i nemici più grandi: la rassegnazione della povera gente, che si trasforma in immobilismo, la bassissima scolarizzazione, la criminalità organizzata e la connivenza delle istituzioni. Perché il cambiamento sia duraturo e reale, al centro di ogni azione deve esserci la comunità, coinvolta in ogni protesta: “Un cambiamento non avviene senza forze nuove. Ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni”. Così nel 1956, dopo numerose e circostanziate denunce del tutto ignorate dalle autorità, a Partinico oltre mille persone danno vita a un digiuno contro la pesca di frodo, suscitando la reazione delle forze dell’ordine che vietano la manifestazione con una motivazione paradossale, se pensiamo che i pescatori erano letteralmente alla fame: “E’ vietato digiunare in pubblico”.

Processo all’articolo 4

Sempre del 1956 è lo sciopero alla rovescia, che salirà agli onori della cronaca tenendo desta l’attenzione della società civile. L’articolo 4 della Costituzione recita:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Per Danilo uno Stato che non renda effettivo il diritto al lavoro, affamando i suoi cittadini, o costringendoli alla delinquenza oppure all’ozio che abbrutisce, è un assassino, e lo dichiara a senza mezzi termini ai giornali, mentre organizza una significativa manifestazione a Partinico: un centinaio di disoccupati si ritrovano lungo un’antica strada comunale in stato di abbandono per ripristinarla e rendere così effettivo quanto scritto sulla Carta Costituzionale.

Così recita un appello firmato da settecento cittadini:

Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia e contro la società.

Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.

E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.

Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2 febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.

Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.

Lo sciopero alla rovescia è pianificato nei minimi dettagli nel corso di numerose assemblee aperte alla cittadinanza; il tutto deve svolgersi secondo i principi della nonviolenza e Danilo insiste perché i manifestanti arrivino sul luogo armati solo delle loro mani, che utilizzeranno per lavorare e spezzare il pane all’ora del pasto. E così è, ma lo sciopero viene interrotto nelle prime ore dalle forze di polizia. Danilo e i suoi più stretti collaboratori vengono arrestati e incarcerati all’Ucciardone, dove rimangono fino al termine del processo. Il caso occupa le prime pagine dei giornali e l’opinione pubblica si divide tra i difensori dell’ordine e i sostenitori di Dolci. Attraverso manipolazioni e false testimonianze il Pubblico Ministero sostiene che Dolci sia un violento sedizioso, un pericolo pubblico da fermare; gli avvocati difensori smontano pezzo per pezzo l’impianto accusatorio; tra di essi vi è anche Pietro Calamandrei, a cui è lasciata l’arringa finale, un discorso memorabile: Danilo è paragonato ad Antigone, lo Stato a Creonte, con un forte richiamo alla Costituzione in contrapposizione ai codici di epoca fascista :

Il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle ‘leggi non scritte’  che preannunciano l’avvenire. Nella traduzione di oggi, Danilo dice: ‘per noi la vera legge è la Costituzione democratica’; il commissario Di Giorgi risponde: ‘per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del tempo fascista’. Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi ‘non scritte’. (Perché per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)”

E in effetti il processo a Danilo Dolci assume un’importanza che va ben al di là dell’episodio specifico, in un’epoca di trapasso tra il difficile passato fascista e la nuova esistenza democratica; un’esistenza ancora fragile per la nostra Repubblica, ancorata a parole ideali, quali “uguaglianza”, “giustizia”, “diritto al lavoro”, di cui è pregna la Costituzione, ma che sono ancora ben lontane dal trasformarsi in realtà. Un vero e proprio processo all’articolo 4, quindi, attraverso il quale i giudici sono chiamati a dimostrare che è possibile realizzare la giustizia e la libertà per la quale in tanti hanno sacrificato la propria vita.

Danilo e i suoi collaboratori vengono assolti con formula piena.

Gli atti del processo e l’arringa di Calamandrei sono raccolti nel testo AA.VV, Processo all’articolo 4, Einaudi, 1956.

L’utopia diventa progetto: la diga sul fiume Jato

Proprio durante una delle numerose riunioni dedicate ad analizzare le possibili soluzioni ai problemi economici della zona, il suggerimento di un contadino dà il via al progetto per la costruzione di una diga sul fiume Jato, per creare un bacino atto ad irrigare i campi e risolvere il problema della loro improduttività nei lunghi mesi di siccità.

Il controllo delle risorse idriche è però detenuto dalla criminalità organizzata, che tenta di affossare il progetto. Nel 1962 Danilo dà vita a un nuovo digiuno, a cui segue una grande manifestazione popolare capace di attirare l’attenzione pubblica in tutta Italia, e a seguito della quale le autorità si trovano costrette a concedere l’autorizzazione per l’inizio dei lavori; Dolci vi collabora con fondi propri, nascono comitati di sostegno in tutta Italia e anche all’estero, e nonostante le minacce della mafia il progetto prosegue, vedendo la luce dieci anni dopo.

Grazie alla diga mutano i metodi di coltivazione, nascono numerose cooperative agricole; l’aerea cambia volto e i contadini diventano protagonisti di uno sviluppo economico che migliora notevolmente le loro condizioni di vita.

Molti anni dopo, nel 1996, in un’intervista di Franco Marcoaldi per Repubblica, Danilo Dolci spiega: “Sono uno che cerca di tradurre l’utopia in progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sarà realizzata. Così come realizzammo la diga sullo Jato.”

Sul valore di quest’opera consigliamo la visione di questo breve documentario http://www.youtube.com/watch?v=4UQhYOKaDCU

Un impegno a tutto campo

Danilo Dolci e Peppino Impastato

Danilo Dolci e Peppino Impastato

Abbiamo scelto i due momenti che – a nostro parere – esplicitano in modo inequivocabile il significato e la forza dell’operato di Dolci, che però non si esaurisce qui: il Gandhi italiano – così è definito Danilo – riceve numerosi premi internazionali, viene candidato più volte al Nobel per la Pace, pubblica libri, apre una radio… Non si possono dimenticare il Centro di Formazione per la Pianificazione Organica, luogo propulsore di proposte, sperimentazioni e collaborazioni per il cambiamento e lo sviluppo, e il Centro educativo di Mirto, in cui si fa sperimentazione pedagogica all’avanguardia. Accorrono giovani da tutta Italia per partecipare all’attività sociale di Danilo Dolci, mentre lui viaggia in Italia e all’estero, tiene incontri nelle scuole di ogni ordine e grado con un’attenzione particolare ai bambini.

Un capitolo a parte merita la lotta alla criminalità organizzata, a proposito della quale consigliamo la lettura di un altro articolo di Giuseppe Casarrubea http://casarrubea.wordpress.com/2008/07/30/danilo-dolci-la-mafia-e-lantimafia/

In un periodo in cui l’esistenza della mafia è persino negata, Danilo Dolci porta avanti una lotta su più fronti e produce, per la Commissione antimafia, documenti di denuncia del voto di scambio, in cui sono descritte situazioni circostanziate e puntuali, si fanno i nomi di importanti personaggi politici, tra cui il ministro Bernardo Mattarella. La Commissione antimafia sembra ignorarlo, ma inizia un gioco di calunnie e allusioni contro cui Danilo dovrà lottare per tutta la vita. A tal proposito giova ricordare che Ernesto Ruffini, controverso arcivescovo di Palermo cita Dolci, insieme al Gattopordo, come uno dei principali mali della Sicilia (Ernesto Ruffini, lettera pastorale “Il vero volto della Sicilia”, 1964).

Dagli anni Settanta in poi sarà la sperimentazione pedagogica a occupare tutte le sue energie; anche in questo campo il tentativo è rivoluzionario: scardinare il sistema tradizionale, di tipo trasmissivo, a favore della maieutica. Una forte critica viene via via rivolta ai mezzi di comunicazione di massa, che creano una democrazia illusoria in quanto fonti trasmissive di sapere e di informazione. Occorre creare nessi, interconnessioni, relazioni.

Pace non è la tranquillità della morte

danilo_dolci_chi_tace_e_compliceLe azioni di Danilo Dolci travalicano il tempo e i luoghi in cui si sono svolte, assumendo un significato più ampio e più profondo. Possiamo trarre ispirazione diretta da alcune di esse; lo sciopero alla rovescia, ad esempio, può essere ancora oggi molto più efficace di altre sterili modalità di protesta, magari per veder realizzati alcuni diritti fondamentali scritti sulla Costituzione e rimasti lettera morta. Ma, prima di tutto, le vicende di cui abbiamo parlato sono emblematiche di un modo di intendere la nonviolenza – che è poi l’unico possibile, come ci ha insegnato Gandhi – come forza attiva e rivoluzionaria che mira a un cambiamento concreto e visibile, in cui elemento fondamentale è la cooperazione creativa. Cooperazione, però, non significa compromesso. E nonviolenza non significa assenza di reazione di fronte alle ingiustizie,  né conservazione dello status-quo.

Danilo Dolci si è battuto contro ogni immobilismo, contro quella mentalità diffusa per cui il cambiamento non è conveniente, non è possibile, prima ancora che contro uno Stato ingiusto o la mafia, perché aspirare a condizioni di vita più eque e vederle realizzate è sempre possibile, a costo però di un grandissimo impegno. Appassionarsi, sperimentare, comunicare e connettersi con gli altri. Fare fatica per realizzare un ideale più alto, per trasformare l’utopia in progetto.

Concludiamo con un brano estrapolato dal manifesto Che cos’è pace. Parole semplici che arrivano dritte al cervello e al cuore perché sono il frutto di esperienza diretta, del suo personale mettersi in gioco.

Ileana Prezioso

“Prendo un vocabolario. Alla parola “pace” trovo: “stato d’animo di serenità, di perfetta tranquillità non turbata da passioni o ansie; sinonimo di quiete; assenza di fastidio, di preoccupazioni materiali; di dolore fisico; tregua; condizione di uno Stato che non si trova in guerra con altri. Riposare in pace = essere morto”.
Proprio questa è la pace necessaria al mondo, a ciascuno? E se questa non è, cosa significa oggi, cosa deve significare per ognuno? Pur sapendo come la risposta a questo interrogativo rischia di risultare generica e velleitaria finché non si concreta situazione per situazione, non è indispensabile per ciascuno cercare di avviarla? Non è meglio tentare indicazioni positive, anche se barluminari, che rassegnarsi a pensare la pace in termini negativi, come mancanza di guerra?

Pace è un modo diverso di esistere.
(…) Ove si osservi attentamente, d’altronde, si ha conferma della diffusa confusione e insufficienza al proposito, si ha conferma di come occorre chiarire l’intimo rapporto tra pace, consapevolezza, coraggio, rivoluzione nonviolenta, non vendersi, sperimentare, nuova strategia, pianificazione organica.
È necessario riuscire a rendere ogni giorno meglio evidente come un nuovo lavoro capillare di costruzione e pressione, prima di gruppi – pilota e poi di moltitudini di nuovi gruppi volontari, può riuscire a trasformare effettivamente le vecchie strutture sociali e politiche. L’evidenza di nuovi fatti può aiutare a chiarire. Certo, è un enorme lavoro, un’enorme fatica si deve fare, ma è forse possibile pensare che il mondo nuovo che ci necessita si possa creare da sé? Forse non costa ancor più fatica – in quanto per troppi aspetti antieconomico – il mondo così come è?

Sì, pace vuol dire anche decantare rabbie e rancori, sapere disintorbidarsi per trovare il modo – ogni volta difficile – di eliminare il male senza eliminare il malato o nuocergli, capacità di sacrificio personale, sapere maturare le qualità essenziali e, quando è buio, anche se il buio dura terribilmente, saper vedere oltre. Ma tutto questo, se non è concepito nel quadro più vasto, è ancora un ingenuo tentativo di evasione: uno dei tanti modi di suicidarsi.
La pace che amiamo e dobbiamo realizzare non è dunque tranquillità, quiete, assenza di sensibilità, evitare i conflitti necessari, assenza di impegno, paura del nuovo, ma capacità di rinnovarsi, costruire, lottare e vincere in modo nuovo: è salute, pienezza di vita (anche se nell’impegno ci si lascia la pelle), modo diverso di esistere. Dice il mio piccolo figlio Amico: ‘È il contrario della guerra’.”

BIBLIOGRAFIA

Testi di Danilo Dolci

Banditi a Partinico, Laterza, Bari 1955

AA.VV., Processo all’articolo 4, Einaudi, Torino 1956

Inchiesta a Palermo, Einaudi, Torino 1956

Spreco, Einaudi, Torino 1960

Conversazioni, Einaudi, Torino 1962

Racconti siciliani, Einaudi, Torino 1963

Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966

Inventare il futuro, Laterza, Bari 1968

Il limone lunare, Laterza, Bari 1970

Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari 1971

Chissà se i pesci piangono, Einaudi, Torino 1973

Poema umano, Einaudi, Torino 1974

Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974

Non esiste il silenzio, Einaudi, Torino 1974

Il Dio delle zecche, Mondadori, Milano 1976

Creatura di creature. Poesie 1949-1978, Feltrinelli, Milano 1979

Da bocca a bocca, Laterza, Bari 1981

Palpitare di nessi. Ricerca di educare creativo, Armando, Roma 1985

Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988

Sorgente e progetto, Rubbettino, Soveria Mannelli 1991

Nessi tra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993

La legge come germe musicale, Lacaita, Manduria 1993

La comunicazione di massa non esiste, Lacaita, Manduria 1995

La struttura maieutica e l’evolverci, La Nuova Italia, Scandicci 1996

Comunicare, legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci 1997

Se gli occhi fioriscono. 1968-1996, Martina, Bologna 1997

Gente semplice, La Nuova Italia, Scandicci 1998

Testi su Danilo Dolci in italiano http://danilodolci.org/bibliografia-italiana/

Testi su Danilo Dolci in altre lingue http://danilodolci.org/bibliografia-straniera/

Altri riferimenti

Centro per lo sviluppo creativo Danilo Dolci http://danilodolci.org/

Biografia http://danilodolci.org/biografia/

http://casarrubea.wordpress.com/2008/08/31/danilo-dolci-sul-filo-della-memoria/

Documentario su Danilo Dolci http://www.youtube.com/watch?v=c-NkO_oXWxc

Amico Dolci racconta suo padre http://www.youtube.com/watch?v=e56nafa4ByA

Danilo Dolci e la mafia http://casarrubea.wordpress.com/2008/07/30/danilo-dolci-la-mafia-e-lantimafia/

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3 thoughts on “Si chiamava Danilo Dolci

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