Chiamiamola ricerca scientifica, non sfruttamento neocoloniale.

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La lotta alla povertà è una delle sfide più affascinanti che la ricerca scientifica – sociale ed economica – può e deve intraprendere. Le diseguaglianze sociali ed economiche alimentano il fenomeno, tangibile, sporco, della povertà e colpiscono milioni di individui che vivono nei paesi più e meno sviluppati.

Le scienze sociali possono fornire le conoscenze per la “battaglia del Terzo Millennio” e come le scienze naturali esplorano il mondo attraverso il metodo dell’esperimento. Esther Duflo, Abhijit Banerjee, Michael Kremer, Pascaline Dupas e il team dei ricercatori dell’“Abdul Jameel Latif Poverty Action Lab” del Massachussets Institute of Technology (MIT) e del dipartimento di economics di Harvard sono i migliori ricercatori che esistano sul campo, coloro che negli ultimi anni hanno rivoluzionato il modo di pensare alla povertà e ai modi per combatterla. L’economia non è ovviamente l’unica scienza impegnata in questo studio, ma è sicuramente una delle più attive.

Gli esperimenti sono condotti grazie all’azione e ai fondi di ONG, agenzie internazionali, università e, spesso, governi e non sono esperimenti “di laboratorio”. L’unità osservata è l’uomo, nelle sue singole azioni e nelle sue interazioni e questa caratteristica non può che ovviamente lasciar spazio a dubbi e critiche sulle metodologie di studio. Etica, morale, o semplice buon senso, un ricercatore deve tenere in considerazione le possibili difficoltà che lo studio rischia di incrociare.

Il 9 dicembre 2012, Lee Marshall scrive un articolo di opinione molto interessante sull’“Internazionale” (http://www.internazionale.it/opinioni/lee-marshall/2012/12/09/se-il-tablet-e-neocolonialista/). Cita un esperimento condotto dalla ONG americana “One Laptop Per Child” (OLPC), fondata da Nicholas Negroponte, dottorato in computer-aided design presso l’MIT.

La domanda di ricerca che si pone l’organizzazione no-profit americana (al link seguente è possibile accedere alla descrizione degli obiettivi di quest’ultima:

http://one.laptop.org/about/mission) è profonda, semplice, ma una risposta positiva alla stessa può aprire le porte a una rivoluzione in campo di educazione e tecnologia: possono i bambini imparare a leggere da soli?

Laddove è stato dimostrato, come anche poteva sembrare intuitivo, che una popolazione maggiormente educata raggiunge risultati migliori in termini di sviluppo economico e sociale, non è ancora chiaro quale indirizzo dovrebbero avere le politiche di investimento nell’educazione stessa per raggiungere i migliori fra questi risultati. Basta diminuire il numero di studenti per classe o occorrono piuttosto maestri più motivati? Migliorare la condizione sanitarie delle classi è sufficiente a indurre più bambini ad andare a scuola o occorre una motivazione ulteriore anche per i genitori, offrendo, per esempio, mense gratuite agli studenti? Non c’è chiarezza assoluta e forse è necessario indirizzare il problema di paese in paese. Tuttavia, la rivoluzione digitale che ha interessato il mondo occidentale può donare un punto di vista non ambiguo e risposte più certe.

Un tablet, intuitivo nelle sue funzioni, potente e più veloce di un gessetto alla lavagna, può esser un buon maestro? Se sì, anche se non si è mai andati a scuola – e laddove una scuola non esiste?

L’esperimento è stato condotto in due villaggi dell’entroterra etiope, Wonchi e Wolonchete, a meno di un centinaio di km dalla capitale Addis Abeba. Situati nei pressi di un cratere vulcanico, poverissimi e sperduti, nessuno dei due villaggi possiede una scuola e nessun bambino frequentava nessun istituto, neanche in altri villaggi. Dunque, la quasi totalità degli abitanti dei villaggi non è in grado di leggere né scrivere. Mr. Negroponte finanzia di tasca sua (come annuncia in questa conferenza al forum “Solve for X”: http://www.youtube.com/watch?v=CNRaM2GgQuA) il progetto e giunge con la sua ONG nei due villaggi con scatoloni pieni di tablet Motorola XO con sistema operativo Android, privi di manuale di istruzioni, d’altronde inutile in villaggi come Wonchi e Wolonchete. Dopo solo 4 minuti un bambino apre gli scatoloni e scopre come accendere il dispositivo. E incita gli altri bambini a fare altrettanto insegnando loro come attivare il tablet (http://www.youtube.com/watch?v=fJR0-j7axhs). La cosa più sorprendente è che nel giro di 5 giorni ciascun bambino era in grado di utilizzare 47 app, in media, al giorno. Inoltre <<Nell’arco di due settimane andavano in giro per il villaggio cantando l’alfabeto (in inglese) e solo cinque mesi dopo avevano già imparato ad hackerare il sistema operativo Android” (per far funzionare la macchina fotografica, che era stata disabilitata, e per personalizzare le loro home page, che erano state impostate dal sistema in modo uniforme)>>.

Marshall ritiene che l’esperimento di OLPC vada letto come un tentativo di paternalismo neocolonialista, per cui occorrerebbero dei cambiamenti nell’approccio dello studio alla vita dei villaggi dell’Etiopia.

Prima di tutto, afferma che <<core business dell’ONG è tutt’altra cosa: in collaborazione con le autorità governative e regionali, e con la partecipazione di direttori e maestri delle scuole locali, distribuisce gratuitamente dei laptop sviluppati al Mit appositamente per i bambini dei paesi in via di sviluppo>>, ma non sembra che l’esperimento volto a comprendere fino a che livello i bambini possano apprendere a leggere da soli grazie alla tecnologia sia lontano dal “core business”, ovvero dall’attività principale della ONG – ma poi, per condurre uno studio, occorre che esso sia nel “core business” di un’associazione? Se la domanda è valida, bella da esplorare, interessante e soprattutto dai risvolti rivoluzionari, questo deve esser modellato sulla base delle attività principali di cui un gruppo si occupa?

Un elemento dello studio che sembra particolarmente turbare Marshall è l’osservazione durante l’esperimento. Dal momento che, in studio, ci sono bambini, Marshall si domanda <<Chi osservava i bambini, e come li osservava? (Erano nascosti dentro delle tane, come gli ornitologi, magari con il binocolo?)>>. Inoltre, <<Fino a che punto sono stati consultati gli abitanti del posto e gli stessi bambini, prima di lanciare lo studio?>>.

L’osservazione è elemento principe del metodo di ricerca, e non dominio delle scienze naturali: l’evoluzione di un comportamento, di un fenomeno, un cambiamento, in meglio o in peggio non verrebbero colti tramite semplici interviste o domande “ex-post”. Marshall è ironico, ma i ricercatori di OLPC sono ben visibili con le loro camere e i loro tecnici (http://www.youtube.com/watch?v=fJR0-j7axhs) che seguono di giorno in giorno l’evoluzione dell’apprendimento da parte dei bambini di Wonchi e Wolonchete. Solo con l’osservazione riescono a tenere traccia di quanto i bambini stiano imparando con i tablet in mano.

La questione dell’autorizzazione è sicuramente cruciale dal punto di vista morale ed etico in un esperimento, anche laddove, come sembra in questo caso, niente di immorale sembra nascondersi nel dono di un tablet ai bambini di un villaggio. E’ vero che in tutti gli interventi online di Mr. Negroponte non si fa menzione alla questione del “permesso” ma è certo che una organizzazione americana non può aver accesso facile a una popolazione sperduta sugli altipiani etiopi se non attraverso qualcuno che conosca bene i villaggi e che possa interagire con i capi degli stessi. Insomma, sembra difficile che la ONG non abbia ben pensato di spiegare agli abitanti del posto cosa avrebbero desiderato osservare nel periodo dell’esperimento.

<<E finito l’esperimento, cos’è successo? I tablet sono stati ritirati? Oppure sono stati lasciati morire lentamente perché il tecnico che andava a controllare il corretto funzionamento sia del tablet sia dei panelli solari che permettevano di ricaricarli, è stato pagato solo per un determinato periodo?>>, si chiede ancora Marshall nel suo articolo. Domanda valida, ma critiche ancora troppo forti. La mission dell’organizzazione prevede la costruzione di laptop resistenti, low-cost, e ricaricabili a energia solare (http://one.laptop.org/about/mission) per ogni bambino di una scuola (e dunque dei villaggi in questione) – per rispondere anche ai dubbi del giornalista concernenti <<rancori, rivalità o l’emarginazione dei più deboli>>. Il contatto con l’associazione dovrebbe esser continuo e sembra difficile credere che i bambini e i loro laptop siano abbandonati a se stessi.

Turbato, ancora, Marshall si chiede se non fosse più adeguato fornire dei tablet in lingua Oromo, lingua locale in questi due villaggi. Apprendere l’inglese è comunque imparare, e in virtù dell’avvenuto apprendimento dell’alfabeto, in un futuro magari non troppo lontano, i tecnici possono migliorare queste applicazioni e costruirle direttamente nella lingua del villaggio, ma ciò richiede ovviamente un investimento più importante (dal momento che non è banale trovare tecnici capaci di tradurre dall’inglese all’Oromo le funzionalità di un laptop). Forse troppo, per un progetto pilota, che come tale dovrebbe esser considerato.

Neocolonialismo vuol dire sfruttamento, depredazione. Fa pensare a una società costretta a condurre gli interessi di una potenza estera e non quelli del proprio paese. Porre le basi per un miglioramento e una diffusione globale dell’educazione è sfruttamento? Vien da chiedere se esser americani di per sé voglia esser sinonimo di prevaricazione…

<<Se un’ONG etiopica arrivasse un giorno in un paese del midwest statunitense proponendo, che ne so, di confiscare tutti i cellulari, tablet e computer dei bambini tra i sei e gli otto anni, sostituirli con dei tablet programmati interamente in oromo e osservare i bambini mentre li usavano, come sarebbe accolta?>> chiude Marshall, il suo intervento. Ben venga, se una tale realtà esistesse e avesse una domanda di ricerca da indirizzare. Ma chiamiamola ricerca scientifica, non sfruttamento neocoloniale o “gioco al rovescio”.

Francesco Loiacono

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4 thoughts on “Chiamiamola ricerca scientifica, non sfruttamento neocoloniale.

  1. Il progetto di cui si parla nell’articolo è molto interessante per l’alfabetizzazione a livello base; vengono utilizzate tecniche pedagogiche all’avanguardia e, attraverso il tablet, si stimola la curiosità dei bambini, il loro desiderio di apprendere. Non trovo pertinenti le obiezioni di Marshall sulla lingua se, come credo, nel sistema scolastico etiope viene utilizzato l’inglese e non le lingue locali.

    Invece le domande che mi pongo nascono da quanto scrivi sull’autorizzazione e nella conclusione. Partendo dal presupposto che non metto in discussione i ricercatori del MIT e nemmeno questo progetto, mi chiedo, in generale: quanto può entrare in gioco quella questione di potere di cui parla anche Chimamanda Adichie? Non ci muoviamo su un rapporto di effettiva parità; come vediamo anche in Senegal il nostro essere europei costituisce di per sé un lasciapassare grazie al quale si aprono porte che per altri rimangono ben chiuse, e agli occhi di molti godiamo pure di maggiore credibilità. Non è sempre difficile conquistare la fiducia delle autorità.

    Che ruolo ha tutto questo nelle ricerche, nei progetti-pilota, ecc? Tutte le persone coinvolte sono così informate e consapevoli degli obiettivi e delle conseguenze? E se un gruppo ha interesse a forzare i risultati in una certa direzione, che succede?

    La colonizzazione non è tanto nell’occupazione fisica di uno spazio o nell’imposizione più o meno velata di strumenti e metodi, ma in una cultura e in un modo di vivere per il quale quello scambio di ruoli (noi europei/americani come oggetto di osservazione) che sarebbe pure auspicabile, nella realtà non può avvenire, e secondo me non è un dettaglio trascurabile.

    • Ciao Ile,
      i tuoi dubbi sono pertinenti e assolutamente condivisibili, e spesso sono riprese anche all’interno della comunità scientifica.

      Quando si parla di esperimenti, come scrivevo sopra, occorre fare la massima attenzione nel rispettare le regole – non molte – che il metodo prevede e garantire il massimo rispetto nei confronti delle comunità “in studio”. In quanto lo studioso è osservatore, non può e non deve permettersi di agire sul comportamento dell’uomo, ma, per definizione, deve stare ad osservare.
      Ora, anche a mio parere, il tuo discorso sulla mancanza di effettiva parità – ahimé – è fondato – è inevitabile, nonostante il mio “augurio” nella parte finale del pezzo, che lo scienziato sia membro di una comunità più ricca e, sì, potente, dell’uomo “in studio”. L’autorizzazione allo studio, come prevede l’accademia – parlo dell’eticità di un esperimento – deve esser assolutamente richiesta alla comunità locale, poi, vero è che i rapporti di forza sono impari, e ciò è indiscutibile, ma guardiamola da un altro punto di vista: molto spesso, quando parliamo di “esperimenti” nelle scienze sociali facciamo riferimento a progetti di sviluppo, per cui l’obiettivo è portare un beneficio non solo alle comunità locali, ma a fasce più ampie della popolazione.

      “Fare scienze sociali” vuol dire mettere in discussione le proprie idee e cercare la convalida di nuove per quanto attiene il mondo degli uomini e le loro interazioni: “forzare i risultati in una certa direzione” vuol dire esser disonesti e sicuramente dei pessimi ricercatori. Allora lì la condanna non verrà solo da chi come noi commenta dal “di fuori” ma anche da coloro che studiano gli stessi temi. Colonizzazione, per come la vedo io, è un rapporto di sudditanza di lungo termine. E’ proprio questo il senso della ricerca: non sudditanza, ma osservazione, che secondo me sono due cose diverse.

  2. La nuova tecnologia e’ un supporto ma non permette di : scarabocchiare, strappare il foglio a meta’ , distruggere la punta della penna mentre ragioni davanti ad un foglio bianco. tutto questo non puo’ essere restituito all’uomo da nessuna ‘app’! il foglio e la penna sono insostituibili, cosi come gli insegnanti. la soluzione ‘ interattiva’ mi mette paura.

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