Sostegno a distanza, un po’ ti amo e un po’ ti odio

bimbi_diakineQuando si discute di Sostegno a Distanza (Sad) ci si concentra per lo più sulla trasparenza nella gestione dei fondi e sui meccanismi da mettere in moto per giungere a un efficace controllo degli enti, trascurando un tema altrettanto importante per la riuscita del progetto: l’impatto sulle comunità locali, sulla vita delle famiglie e dei bambini coinvolti. Pubblichiamo la testimonianza della fondatrice di Ritmi Africani Onlus, attiva da dieci anni nel coordinamento del progetto tra Italia e Senegal: si tratta di un punto di vista soggettivo, che mira però a mettere in luce alcune dinamiche culturali alimentate in seno ai villaggi, e parte dal desiderio di accendere una discussione in merito.

Ritmi Africani Onlus porta avanti il Sostegno a Distanza dal 2003; i bambini inseriti vivono in quattro diverse regioni del Senegal e si tratta per lo più di villaggi rurali in cui l’associazione ha concretizzato progetti in campo educativo, sanitario, a sostegno dell’agricoltura e delle donne. I bambini che ad oggi hanno un sostegno diretto sono 69, ma naturalmente la possibilità di andare a scuola e ricevere cure sanitarie è allargata a molti altri.

Partiamo da alcune domande.

Qual è l’impatto del progetto sulle comunità locali?

Le foto dei bimbi sorridenti che i sostenitori ricevono periodicamente quando aderiscono a uno qualsiasi dei numerosissimi programmi Sad messi in moto dalle associazioni italiane immortalano, come sembra, una realtà idilliaca e di successo?

Possiamo ritenere il Sad un intervento efficace quando esaspera contraddizioni e tensioni all’interno della comunità e manca la spinta verso l’auto organizzazione e l’autogestione?

Nell’attivazione del progetto ci siamo concentrati su due preoccupazioni: renderlo coerente al principio di auto organizzazione delle comunità locali e non incentivare l’immagine di un’Europa pronta a elargire fondi a pioggia. Quindi abbiamo integrato altre iniziative in campo sanitario e per il sostegno alle donne, avviando una lunga serie di riunioni con gli abitanti dei villaggi, per condividerne i principi e le modalità organizzative. La scelta dei bimbi da inserire è stata demandata al villaggio e ai nostri referenti locali, i quali si sono occupati di ulteriori incontri con le famiglie, per chiarire ogni aspetto relativo alla gestione dei fondi e ai rapporti con i sostenitori italiani.

Ci sembravano buoni presupposti, ma in breve tempo sono emersi nodi problematici e in alcuni casi ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un ginepraio.

I privilegiati

Il primo conflitto si pone tra la comunità e le famiglie destinatarie del Sad, percepite come privilegiate. Ne scaturiscono pettegolezzi e maldicenze che sfociano non di rado in vere e proprie forme di violenza psicologica perpetrate attraverso la religione tradizionale. Un fenomeno culturale che ha però una conseguenza pratica: la comunità risulta spaccata e questo ne inficia i processi decisionali, che avvengono normalmente attraverso  assemblee aperte e partecipate. Non stiamo parlando di un idillio interrotto e neppure di un paradiso terrestre abitato da persone perfettamente in accordo tra loro, ma se normalmente il villaggio possiede gli strumenti e l’esperienza per risolvere i propri conflitti, in questo caso gioca un ruolo fondamentale l’elemento esterno, rappresentato dai fondi e dalla presenza degli amati-odiati europei.

I referenti locali

Nella messa a punto del progetto, ci era sembrata assolutamente vincente la scelta di referenti locali per la gestione delle relazioni con le famiglie, i bambini e la comunità, e per l’amministrazione dei fondi. Fuori  questione consegnare il denaro alle famiglie, perché il controllo sulle spese effettuate sarebbe stato impossibile nell’ottica di una diffusione del progetto dal punto di vista  territoriale. Allo stesso tempo non potevamo pensare di affrontare dall’Italia le spese relative alle  iscrizioni scolastiche, all’acquisto di materiale didattico e alle cure sanitarie. Così ci siamo affidati a volontari senegalesi di consolidata esperienza e fiducia, immaginandoli come ponti tra culture e mondi diversi, veri e propri mediatori a cui rivolgersi, da un lato (le famiglie senegalesi) e dall’altro (l’associazione in Italia) per risolvere le difficoltà, chiarire i dubbi e attivare il dialogo.

Ma ci è sfuggito il peso dell’elemento culturale e il senso di appartenenza alla famiglia e alla comunità.

I nostri referenti sono spesso il bersaglio di richieste più o meno pressanti da parte delle famiglie. Molti genitori, nonni, zii, pretendono denaro da spendere in  acquisti futili presumendo che i volontari senegalesi chiuderanno un occhio in nome dell’appartenenza alla medesima comunità e famiglia. Chi  tenta di rompere tali dinamiche non ha vita facile: le pressioni si fanno  insistenti, anche nei confronti delle famiglie dei nostri volontari. Non raro il caso di volontari accusati di compiere scelte arbitrarie rispetto ai bambini da inserire nel progetto, o sospettati – ingiustamente – di gestire i fondi in modo improprio. Non sempre si ha la forza per andare avanti: un giorno una delle nostre volontarie, ligia al suo compito come pochi, mi confidò di avere paura. Dopo qualche mese, dietro consiglio della sua famiglia , abbandonò il progetto.

Ogni medaglia ha il suo rovescio

Un’altra difficoltà è legata alla concreta possibilità di effettuare controlli efficaci su spese, ricevute e fatture. I fondi da gestire, seppur frazionati tra più gruppi e volontari, sono comunque ingenti in una realtà di povertà generalizzata, e la tentazione talvolta si fa troppo forte per resisterle, soprattutto quando si devono affrontare problemi personali e familiari quali la mancanza di lavoro, di mezzi, di prospettive.  Così la complicità e l’appartenenza alla comunità possono essere utilizzate in modo vantaggioso, per ottenere documenti falsi e coprire gli ammanchi. E poi dall’altra parte ci sono i banchi.

Perché nonostante tutto il nostro impegno per un dialogo aperto e paritario, per vivere e viaggiare “à la sénégalaise”, per immergerci e mimetizzarci con l’ambiente circostante, gli stereotipi sugli europei sono numerosissimi, così come quelli sugli africani a casa nostra. Per dirla in modo semplice e conciso, far scomparire la linea di divisione tra “noi” e “loro” è tutt’altro che facile: secondo un’idea diffusa, rubare ai bianchi non è poi così grave.

Ma chi è stato davvero danneggiato, se non i bambini?

Già, e i bambini?

Il sostegno a distanza può costituire uno strumento di crescita e scambio reciproco tra persone appartenenti a mondi diversi; un bimbo senegalese ha l’opportunità di stringere relazioni affettive con coetanei stranieri con cui condividere informazioni, conoscenze e confidenze. Quando accade è riconfortante, sentiamo che nonostante tutte le difficoltà vale la pena continuare. Ma non sono sempre rose e fiori.

Non rare le richieste di doni costosi inviate ai sostenitori italiani; l’influenza della famiglia ha un peso, così come ne ha il fatto che i bambini non vivono al di fuori del mondo, e dunque desiderano apparecchi fotografici, pc, biciclette: beni diffusi anche in Senegal, non accessibili alla maggior parte della popolazione però, ma che secondo un’idea comune noi in Italia possiamo comprare e donare quando e come vogliamo.

In questo senso il discorso si fa complesso perché coinvolge il ruolo dei sostenitori italiani a cui diamo la possibilità di inviare piccoli doni, oltre alla consueta corrispondenza; il dialogo con i volontari aiuta a comprendere che è opportuno inviare regali utili, poco costosi e appariscenti, che non richiedano per la loro manutenzione ulteriori esborsi da parte del bambino o della sua famiglia (apparecchi elettronici, per esempio), ma i sostenitori disposti a impiegare del tempo per partecipare agli incontri di sensibilizzazione rappresentano una netta minoranza rispetto a quelli che optano per il Sad proprio perché offre la possibilità di aiutare qualcuno senza un eccessivo dispendio di energie.

Allo stesso modo si esprime e si fa insistente la richiesta di venire in Europa, con tanto di ricatto affettivo nei confronti del sostenitore: in Senegal emigrare è un sogno diffuso, e il contatto con adulti italiani alimenta ancor di più la speranza di oltrepassare le barriere chiuse del proprio Paese.

E l’auto organizzazione?

Nella sua forma classica il Sad non può incoraggiare l’auto organizzazione poiché le comunità locali non devono impegnarsi in alcun modo per migliorare la loro condizione, se l’aiuto giunge dall’esterno e nessun impegno viene richiesto alle famiglie. Occorrerebbe dare maggior spazio ad altre forme di sostegno: alla famiglia nel suo complesso, a un progetto capace di produrre un miglioramento nelle condizioni economiche e sociali… ma in Italia queste alternative incontrano ancora le resistenze di una cultura del dono ancorata alla beneficenza. Un bambino dagli occhi grandi, povero e sorridente, muove a maggiore commozione, soprattutto in periodi clou per le raccolte fondi. Le organizzazioni lo sanno e usano ad arte tali immagini, scegliendo di seguire l’onda anziché guidarla in altre direzioni.

E’ quanto mai necessario diffondere un modo diverso di intendere il volontariato e il sostegno alle popolazioni svantaggiate, promuovere l’autonomia dagli aiuti esterni supportando le comunità locali che intendono prendere in mano il proprio destino.

Abbiamo valutato più volte la scelta di abbandonare il Sad; ma se su un piatto della bilancia ci sono difficoltà che appaiono insormontabili, sull’altro abbiamo i bambini con le loro storie, un percorso iniziato da anni, che rappresenta una concreta possibilità di miglioramento, volontari seri e coraggiosi che ci hanno permesso di aprire gli occhi anche quando questo significava mettere in luce le contraddizioni della propria cultura.

Oltre le zone d’ombra

Maturare punto di vista meno ingenuo ci ha permesso di compiere alcune scelte e di darci priorità ben chiare:

–        sostituire il referente unico con un gruppo di referenti che renda puntualmente conto alla comunità sulla gestione dei fondi

–        porre l’accento sul miglioramento della vita culturale e sociale dei bambini, attraverso corsi di sostegno e borse di studio

–        prestare maggiore attenzione al coinvolgimento dei bimbi non sostenuti nelle medesime attività: questo è possibile quando all’interno di uno stesso villaggio vi è un certo numero di bimbi sostenuti che fungono da sponsor anche per gli altri

–        valorizzare il dialogo coi ragazzi sostenuti da più tempo; in alcuni casi possono diventare un vero e proprio tramite per far comprendere il valore del sostegno a distanza al resto della comunità e il primo tramite per superare lo shock culturale che nasce dall’incontro tra mondi diversi

–        puntare tutto sulla trasparenza, sia in Senegal che in Italia, e tenere d’occhio ogni segnale

Naturalmente molti problemi restano aperti;  riteniamo  che il Sad, per raggiungere un certo grado di efficacia e coerenza, debba essere complementare ad altri interventi che puntino al coinvolgimento diretto delle comunità locali in attività autogestite, e non possa svincolarsi dalla necessità di un dialogo attento e continuo, che renda sempre più sottile il confine tra “noi” e “loro”.

Ileana Prezioso

Per saperne di più sul Sad in Italia

http://www.vita.it/welfare/sostegno-distanza/verso-l-anagrafe-del-sad.html

http://www.forumsad.it/drupal/associazioni/statistiche

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4 thoughts on “Sostegno a distanza, un po’ ti amo e un po’ ti odio

  1. Non è chiarito quale aliquota delle donazioni viene detratta per l’organizzazione. Parliamo di Volontari, bene, ma questi Volointari come vivono e come sostengono se stessi e le loro famiglie? Abbiamo appena scoperto, per es., che dei 2 euro di sms solidali richiesti da molte organizzazioni umanitarie, 60 cm. vanno alla telecom e 1 euro all’organizzazione… E’ tutto cos’ giusto e trasparente?
    Barbara

    • Ciao Barbara,
      i tuoi dubbi riguardano la questione della trasparenza nella gestione. Possiamo parlare solo per noi: sul nostro sito, a riguardo dell’adozione, è indicata chiaramente la ripartizione delle quote (www.ritmiafricani. org, pagine sul sostegno a distanza). La nostra associazione è costituita esclusivamente da volontari al 100%: nessuno di noi percepisce stipendi o compensi per il proprio operato. Svolgiamo altri lavori e ci occupiamo di questi progetti del tutto a titolo gratuito; paghiamo di tasca nostra anche i viaggi. Lo stesso vale per i volontari senegalesi. Ci sono molti insegnanti, e poi infermieri, operai, agricoltori, studenti… Il mondo della cooperazione è variegato: ci sono molte piccole associazioni come la nostra, e altre più grandi che occupano la ribalta, ma che però utilizzano per scelta lavoratori salariati, ecc. Nell’articolo, però, abbiamo scelto di non occuparci di questo aspetto, anche se si tratta di un nodo fondamentale, per affrontare ciò che spesso si trascura, cioè l’impatto del nostro operato sulle comunità locali, le difficoltà che derivano dall’incontro/scontro culturale, anche quando si portano avanti progetti nobili. Purtroppo a volte si pensa che le parole “aiuto” e “cooperazione” bastino a rendere tutto bello, e invece dietro a ogni passo c’è un grande lavoro. Grazie per il commento, cari saluti!

  2. Sono in Senegal da tre anni e ho cominciato un proggetto di micro credito in un villaggio di pescatori Toubab Dialaw completamente in autonomia con i miei soldi e senza fare nessuna associazione (di questo mi piacerebbe parlare con la vostra ONLUS) .Per quanto riguarda le adozioni a distanza ,ad un certo punto sono stata contattata da una famiglia di un villaggio vicino per sostenere due gemelli che avevano perso la madre alla nascita e quindi il latte.
    Mi sono ricordata che a Mbour c’è una struttura che si prende cura dei neonati a rischio la “Poponiere” e volevo indirizzarli là, poi ho pensato che questi due bimbi avevano comunque dei fratelli, un padre,una zia e non mi è sembrato giusto sradicarli dalla famiglia,ho quindi deciso di fare un’adozione a semi distanza perché in qualche modo li vado a trovare quando sono in Senegal.
    Quando vado da loro mi sembra di entrare in un asilo ci sono sempre una moltitudine di ragazzini di varie età e i due sfortunati orfanelli mi sembrano dei privilegiati . Mi vergogno quasi di portare loro qualche regalino……..e gli altri?
    Quando erano di pochi mesi potevo anche prenderli in braccio, ora che hanno un paio d’anni appena mi vedono piangono disperatamente spaventati dall’uomo bianco e ricordo la filastrocca che conoscevo da bambina che minacciava di darmi all’uomo nero per un anno intero se non mi fossi addormentata!
    In realtà l’adozione consiste in un bonifico mensile fatto a nome della zia che se ne prende cura . Quanto di questi soldi sono effettivamente utilizzati per questi due bambini ? Non so ……Quali potrebbero essere i metodi di controllo? Dovrei forse cambiare la formula d’intervento ora che non devono più usare il latte della farmacia che è molto costoso? Mi piacerebbe avere uno scambio su questi temi.
    Io sono napoletana e quindi difficile che possiamo incontrarci di persona . Grazie

    • Ciao, e innanzitutto grazie per averci scritto! Quelli che poni sono temi fondamentali per il Sostegno a distanza. Tu hai modo di vedere da vicino qual è la situazione della famiglia e quindi puoi valutare al meglio le cose, comunque ci sono dei semplici accorgimenti che si possono adottare: innanzitutto è importante che la zia sia una persona in cui puoi nutrire fiducia, altrimenti, visto che sei lì, puoi impiegare tu stessa la cifra che hai stabilito di donare per acquistare i beni di cui i bambini possono aver bisogno. Altrimenti puoi chiedere che ti facciano avere delle ricevute che non siano semplicemente dei fogli scritti a mano (carte intestate e timbri sono utilizzati da farmacie, ospedali, scuole, librerie, cartolerie, ecc. anche in Senegal). A volte ci si può sentire in imbarazzo o in colpa per il tentativo di effettuare un controllo, ma è meglio mettere da parte queste sensazioni che alla lunga sono controproducenti. Poi si possono per esempio fare dei regali che siano diretti a tutti i bimbi presenti in famiglia; ad esempio dei giochi, o dei libri per bimbi, ecc. In questo modo puoi avere la sensazione che i due gemelli non siano dei privilegiati e che il loro sostegno possa essere utile anche agli altri bimbi. In effetti sì, i bimbi spesso piangono quando vedono i bianchi e non è per niente una bella sensazione, però con la familiarità e l’abitudine le cose migliorano. Se ne hai la possibilità passa con loro del tempo; in questo modo darai loro l’occasione di conoscerti e di legarsi a te, il che significa anche conoscere una persona di cultura differente, e l’arricchimento non potrà che essere reciproco.
      Facci sapere come va, scrivici ancora!

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